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CALAMITE + IPPOTERAPIA per DISABILI

Il nuovo libro e l'ippoterapia ai ragazzi disabili

CALAMITE – Storie Portate dal Viaggio

Presentazione del quarto libro di Luca Di Bianca – 13 settembre 2020 – insieme a Frank Polucci

«Cosa riporti di solito da un viaggio?»

«Calamite…»

«Allora avrai il frigo pieno con tutti questi viaggi!»

«No, ho il cuore pieno, ma c’è sempre spazio per emozionarmi attraverso gli occhi delle persone che incontro, attraverso le loro vite e i loro racconti. Queste calamite che riporto dai viaggi non si attaccano sul frigo, sono storie che rimangono attaccate all’anima e che rimangono in vita solamente se vengono sublimate, trasformate in immagini e storie inventate»

Quante volte ho sentito dirmi “riportami qualcosa”  quando sono sul punto di partenza, “riportami un souvenir, una calamita!” Non posso dire che non lo faccio, perché ogni volta che torno da un viaggio, i miei poli magnetici si ritrovano addosso immagini, racconti, incontri, storie, profumi, musiche, calamite che vengono dalle avventure trascorse; questo è quello che riporto dal viaggio, racconti inventati intrisi dall’esperienza vissuta, questi sono i miei gioielli.

“Calamite” è una raccolta di 10 storie accompagnate da immagini, ambientate in diversi paesi che ho visitato, i cui personaggi e la trama sono completamente inventati. Tra i destinatari principali ci sono anche i bambini, dato che sono i protagonisti di tutte le storie, ma è adatto a tutte le età, soprattutto a chi non ha mai smesso di sognare e a chi non si arrende di credere in un mondo migliore.— (tratto dall’introduzione)

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Alcune foto della presentazione avvenuta il giorno 13 settembre presso EcOfficina insieme al cantautore Frank Polucci ed il gruppo di Lettura Lettori Virali. Le vendite dei libri durante l’evento sono state donate all’Associazione Cieli Azzurri per un totale di 500 euro più l' IPPOTERAPIA presso il Manggio Quintilio Primo di Fabio Petrini nei pressi di Tivoli.

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Dopo l’evento sono stati bonificati i proventi della vendita dei libri “Calamite” all’Associazione Cieli Azzurri e pochi giorni dopo i ragazzi disabili hanno iniziato l’Ippoterapia presso il maneggio Quintilio Primo di Fabio Petrini presso Tivoli

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“Nasciamo tutti possedendo già i tesori più grandi che avremo nella vita. E gli strumenti indispensabili di queste ricchezze sono il tempo e la salute. Il modo in cui userai i doni di Dio per aiutare te stesso e l’umanità sarà il modo in cui Gli renderai onore.

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CAMPI PROFUGHI DI DIAVATA

Il Limbo di chi scappa dalla guerra

CAMPO PROFUGHI DI DIAVATA, Thessaloniki. Grecia, marzo 2022

Grazie a chi acquista i miei libri, il cui guadagno rende possibile tutto questo: donazioni, materiale scolastico e sportivo, vestiti e giocattoli.

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Oggi quasi mille persone in fuga dall'inferno della guerra sono presenti in questo spazio per rifugiati circondato da mura e sorvegliato dalla polizia. Siriani, afghani, kurdi, palestinesi, vivono in dei container fatiscenti di 20 metri quadri (prima nelle tende), molti da cinque anni, in attesa di un inserimento nella società che non avviene.

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Adiacente al campo, l'associazione Quick Response Team (http://www.quickresponseteam.gr/) ha costruito una struttura che ha chiamato CASA BASE per l'assistenza sanitaria e per svolgere attività educative e ricreative con le bambine, le donne e le ragazze. L'obiettivo principale è di riportare dignità, autostima e felicità alle persone che vivono nei campi profughi.

Con loro ho svolto attività motoria ed esercizi attinenti al gioco del calcio.

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...e dopo i rigori scarto dei regali per tutti...

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Attività all'interno: lezioni di tedesco, disegno e giochi

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Il magazzino della CASA BASE Quick Response Team

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Fotografie del volontario e mago Mattia "Flip" Bidoli

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Grazie infine a Sara Lorelli di Decathlon Settecamini (Roma) per la donazione di palloni, casacchine e altro materiale sportivo.

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LA GUERA

E' pieno de omini, donne e bambini che scappano da n’infame guera,
non sanno ndo annà, vorrebbero solo trovà un po de pace su sta tera.
Nun c’hanno niente appresso e cercano giusto quarcuno che je po da na mano,
diverso da quei balordi che je sparano e je tirano le bombe a mano.
Semo fortunati a vive ndo stamo noi oggi,
è scontato dillo, non è un’opinione,
ma non dimenticamo mai che pure qua ottanta anni fa ce stava sta disperazione.
Me vengono in mente i nonni mia che la guera l’hanno vissuta davero,
e me l’hanno raccontata tanto tempo fa che oggi quasi nun me pare vero.
Ma hanno patito pure loro le pene de st’inferno maledetto,
senza niente da magnà e co la paura che su de loro je crollasse pure er tetto.
Un nonno mio l’hanno mannato al fronte pure se non je annava de fallo,
nei Balcani a morisse de fame e de sete fino a bevese er piscio der cavallo.
Un altro invece s’è messo le api sotto alle recchie pe fasse pizzicà e fingese malato,
e co sti finti orecchioni nun è partito pe la guera, è così che s’è salvato.
Un bisnonno mio c’aveva li nazisti de fronte a casa e ce doveva avè prudenza,
così je portava du fettuccine, pe salvà mi nonna da qualche loro violenza.
L’altra mi nonna invece la facevano lavorà a na polveriera a fa le granate,
e doveva da pure er pane e le ova ai tedeschi, senò la piavano a fucilate.
E mo tu me dirai: ma che sta a di questo, che s’è inventato?!
Te dico solo de vedè quei gommoni che affonneno,
quei pori cristi dietro ar filo spinato.
Quanno guardi ste persone che oggi scappeno dalle guere de sto monno,
pensa bene a giudicalli, perché uno de quelli, poteva esse tu nonno.

CAMPI PROFUGHI DI SHATILA

Fra i bambini palestinesi e siriani

CAMPI PROFUGHI DI SHATILA

"Non so perche sono cadute delle bombe sopra la mia casa. Non so perche sono dovuta scappare di fretta senza nemmeno prendere la mia bambola preferita. La casa che aveva costruito mio nonno non c è più, ed ora noi viviamo in un altro posto, tutti un po ammucchiati perche lo spazio è poco; qui non abbiamo la luce di notte e dobbiamo accendere le candele.

Non so perchè ma abbiamo sempre poca acqua e mai calda e le coperte che abbiamo non bastano mai per il freddo d'inverno. Ma non è colpa mia, lo giuro, non è colpa mia se papà non ha piu una gamba e non lo prendono a lavorare.

Non è colpa mia se mamma sta tutta la mattina in fila per prendere qualcosa da mangiare ed io devo rimanere a casa perche il mio fratellino devo guardare; io non ho fatto niente di male, vorrei solo imparare a leggere e scrivere, vorrei solo studiare.

Dicono che sono stati prima loro, che ci hanno rubato le terre, e cosi i grandi continuano ad odiarsi facendosi le guerre. Ma a me alla fine non importa di chi è la colpa di tutto questo, se é la nostra o dei nostri vicini,io vorrei solo sorridere insieme ai miei genitori e giocare, come tutti i bambini."

("Io sono Shatila", Luca Di Bianca. Campi profughi palestinesi. Beirut, Libano. Marzo 2023)shatilaIMG 0588 2 800x533Ringrazio le persone che continuano ad acquistare i miei libri e rendono possibile tutto questo. Donazioni in denaro, materiale sportivo e didattico, vestiti e giocattoli. Grazie ai bambini delle scuole dell' "Asilo nel Bosco" di Ostia e dell'Istituto Sant'anna di Roma per i regalini ed i disegni che sono stati consegnati da me ai loro coetanei nei campi profughi.shatila20230323 092616 800x600shatila20230323 091942 800x600shatila20230323 092715 800x600shatila336820259 252034550500944 5247012286917394227 n 517x600shatilaIMG 0576 800x534shatilaIMG 0577 2 800x534shatila20230323 140143 800x600Donazioni di peluche e giocattoli ai bambini della scuola gestita di "Children and Youth Center (CYC)", un'organizzazione non governativa situata nei campi profughi per difendere il diritto dei bambini allo studio e al gioco in sicurezza. shatila1 800x600shatilaIMG 20230323 WA0089 800x600Latte in polvere, materiale scolastico e vestitishatila20230323 111920 800x600shatila20230323 115141 800x600shatila20230323 115503 800x600Il CAMPO PROFUGHI DI SHATILA è un insediamento originariamente istituito per i rifugiati palestinesi nel 1949 come conseguenza della nascita dello stato di Israele. Dallo scoppio della guerra civile siriana, il campo profughi ha ricevuto un gran numero di rifugiati siriani. La popolazione stimata è intorno ai 25.000. Il campo profugi è tristemente famoso per il MASSACRO del 1982, quando le Falangi libanesi con la complicità dell'esercito israeliano, uccisero circa 3.500 civili prevalentemente palestinesi e sciiti libanesi, con la scusa della presenza di cellule terroristiche dell'OLP (Organizzazione della Liberazione della Palestina).

Sotto, la vista dalla finestra della mia "stanza"shatila20230323 084846 800x600shatilaIMG 0504 800x533shatilaIMG 0517 800x533shatilaIMG 0520 800x533shatilaIMG 0523 800x534shatilaIMG 0533 800x534shatilaIMG 0539 800x533shatilaIMG 0561 800x533shatilaIMG 0571 800x533shatilaIMG 0577 800x533shatilaIMG 0581 800x534shatilaIMG 0583 800x533shatilaIMG 0586 800x533I sorrisi dei bambini palestinesi e siriani alla consegna dei regali e dei disegni ricevuti dai nostri bambini dell'Asilo nel Bosco di Ostia e della scuola Sant'Anna di Roma.shatila20230323 113139 450x600shatila20230323 113200 800x600shatila20230323 113211 450x600shatila20230323 113241 800x600shatila20230323 113303 450x600shatila20230323 113323 450x600shatila20230323 113406 450x600shatila20230323 113421 450x600shatila20230323 113434 450x600shatila20230323 113451 450x600shatila20230323 113514 800x600shatila20230323 113524 800x600shatila20230323 113619 800x600shatila20230323 113620 800x600shatila20230323 113933 800x600shatila20230323 113938 800x600shatila20230323 113946 800x600shatila20230323 113948 800x600shatila20230323 113956 800x600shatila20230323 114001 800x600shatilaIMG 0573 800x534Abu Moujaed, direttore di Children and Youth Center, nel cuore di Shatila.

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...IN BASSO, PRIMA DELLA PARTENZA...

Materiale scolastico e peluche ricevuti dai bambini della prima, seconda, terza, quarta e quinta elementare della scuola Sant'Anna di Roma durante lo storytelling con il cantautore Frank Polucci.sant anna1ze 800x600sant annaIMG 20230221 WA0020 800x600sant annaIMG 20230221 WA0022 800x600sant annaIMG 20230221 WA0031 800x600sant annaIMG 20230221 WA0104 800x600 800x600sant annaz2 800x600sant anna20230222 150638 800x600sant anna20230222 151857 800x600sant anna20230222 152242 800x600sant anna20230222 152249 800x600sant anna20230222 152253 800x600sant anna20230222 152257 800x600sant anna20230222 152304 800x600sant anna20230222 152307 800x600sant anna20230222 152311 800x600Materiale solastico ricevuto dai bambini della materna e delle elementari dell'Asilo nel Bosco di Ostia durante l'incontro avuto per uno storytelling insieme al cantautore Frank Polucci.asilo nel bosco20230210 164017 2 800x600asilo nel boscoIMG 20230210 WA0026 2 Copia 800x509asilo nel boscoIMG 20230210 WA0078 2 Copia 800x600asilo nel boscoIMG 20230210 WA0082 2 Copia 800x600Altre donazioni ricevute e consegnate: vestiti, materiale scolastico, latte in polvere e palloni da calciodonazioni libano20230222 163350 800x600donazioni libano20230224 182123 800x600donazioni libano20230224 182147 593x600donazioni libano20230224 195104 800x600donazioni libanoiraq20220904 123604 800x600

INFORMAZIONI SUL "CHILDREN AN YOUTH CENTER"  

Fondato nel 1997, il Centro per bambini e giovani (CYC) offre spazio ai bambini e ai giovani dei campi profughi di Shatila e Nahr el-Bared, per sviluppare il loro potenziale. Il CYC è un'organizzazione non governativa e si rivolge a tutte le nazionalità residenti all'interno del campo, compresi molti bambini siriani e libanesi. Crediamo che tutti i bambini e i giovani abbiano il diritto di imparare e giocare, in sicurezza.

I problemi di povertà dei bambini palestinesi sono esacerbati dall'isolamento e dal rifiuto da parte del paese ospitante. Tra le violazioni dei diritti civili, ai palestinesi che vivono in Libano è proibito possedere o ereditare proprietà e sono esclusi dalla maggior parte delle professioni. Se gli incubi viventi creano risentimento e frustrazione, cosa succede quando anche i bambini vengono derubati dei loro sogni?

Per quanto riguarda il campo profughi di Shatila, esiste principalmente a causa dell'esodo palestinese del 1948; a quel tempo oltre 700.000 persone furono costrette a lasciare la Palestina, a causa dell'aggressione sionista. Nel 1982 il campo di Shatila fu teatro del massacro di uomini, donne e bambini di Sabra e Shatila, compiuto dalla Falange e supervisionato dalle forze armate israeliane.

I CYC funzionano

Il Children and Youth Center (CYC) è un'organizzazione non governativa situata nei campi profughi palestinesi di Shatila, a Beirut, e Nahr el-Bared. Lavoriamo nell'ambito della Convenzione internazionale per l'infanzia e i diritti umani in collaborazione con UNICEF, UNESCO, Save the Children (Svezia) e altri protettori dei bambini, per difendere il diritto del bambino a imparare e giocare, in sicurezza. Un ulteriore supporto proviene da una varietà di altre organizzazioni interessate e individui.

In primo luogo il CYC è un'ancora di salvezza per molti dei giovani più svantaggiati del campo di Shatila e Nahr el-Bared. Il CYC impiega la metodologia di insegnamento da bambino a bambino e responsabilizza l'individuo con la conoscenza dei diritti umani e dei bambini. Lavoriamo per contribuire a creare generazioni future consapevoli e responsabili, capaci e determinate, per contribuire positivamente alla loro comunità e alla società nel suo complesso.

Fondato nel 1997, il CYC fornisce orientamento e spazio, per i giovani dei due campi per sviluppare la loro istruzione, abilità e immaginazione. Ci sforziamo di fornire gli strumenti vitali, le informazioni e le opportunità necessarie per l'auto-espressione, la scoperta di sé e l'auto-sviluppo, per un ambiente in cui tutti i bambini e i giovani di Shatila e Nahr e-Bared possano perseguire e realizzare i loro sogni.

Il CYC offre una vasta gamma di attività educative e ricreative, per bambini e giovani, dai sei ai diciotto anni. Le attività seguono una metodologia di apprendimento attivo, che a sua volta supporta gli obiettivi e l'ideologia del centro giovanile, compreso l'effettivo coinvolgimento dei bambini e dei giovani nell'applicazione del loro centro. Il centro funge anche da punto di incontro sociale in cui le fasce d'età possono incontrarsi, interagire e imparare gli uni dagli altri in modo informale, così come formale.

Il successo del CYC è la collaborazione dei suoi membri, adulti e bambini. Il comitato dei bambini – un comitato democraticamente eletto di bambini e giovani – partecipa a tutti i processi decisionali e svolge un ruolo attivo nella gestione della vita quotidiana del centro, nonché nella pianificazione del suo futuro.

I bambini palestinesi di Shatila sono rifugiati palestinesi di 3a e 4a generazione. Questi giovani sono nati e cresciuti nel bel mezzo dell'ultima guerra civile libanese e del massacro di Sabra e Shatila. Le loro famiglie hanno fatto molta strada dalla loro partenza forzata dalla Palestina nella al-nakba – "disastro" – del 1948. Ora i giovani devono riprendere quel viaggio e continuare la ricerca di una via di casa.

What is CYC? | CYC | Children and Youth Center (cycshatila.org)

CHIEDI ALLA POLVERE (con i terremotati)

Insieme ai ragazzi di Arquata del Tronto

IL CORAGGIO NON TREMA

Sabato 22 ottobre incontro con i ragazzi dell’Associazione CHIEDI ALLA POLVERE di Arquata del Tronto, uno dei paesi colpiti dal terremoto del 24 agosto. L’iniziativa nasce da Erick D’Alisa facente parte del Roma Club di Guidonia ed ha coinvolto anche l’amico scrittore-viaggiatore Luca Di Bianca. Sono stati raccolti stampanti, pc portatili e fissi e altro materiale di cancelleria per i ragazzi dell’Associazione il cui intento è quello di mantenere viva la memoria e gli accadimenti del paese  ”dal di dentro” anzichè dal “filtro” dei mass media.

Di seguito il messaggio dell’Associazione CHIEDI ALLA POLVERE:

“Quello che ci lega nel profondo a questo luogo é il senso di appartenenza. Tutti sentiamo di appartenere a queste montagne che ci cullano da quando siamo nati. Qualsiasi vincolo affettivo tra persone può svanire, sfumare nel giro di pochi anni, mentre ho la ferma convinzione che il legame con questo posto rimanga, nonostante le strade che ognuno é costretto a prendere nella propria vita possano portarlo lontano. Questo terremoto ha fatto sbiadire sogni, speranze e progetti che fin da piccoli legavamo ad Arquata, perché purtroppo ha reso quelle case macerie, quelle strade cumuli di massi e anche tutti noi più disillusi e razionali, ci ha privato dell’ottimismo della nostra immaginazione. La consapevolezza più grande però é quella che ognuno di noi lotterà perché il nostro paese non venga abbandonato, farà di tutto per veder tornare le cose alla normalità, perché andremmo contro noi stessi non perseguendo questo proposito. Ricominceremo a sognare il nostro futuro qui, nel piccolo angolo di paradiso che ci ha regalato emozioni incomparabili, dobbiamo ricominciare per quel senso di appartenenza che vive in noi.”

Di seguito alcune immagini dell’iniziativa con i ragazzi dell’Associazione e del Roma Club Guidonia.

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CORRIDOI ASCENSIONALI

Presentazione libro - Mondadori Roma e Guidonia

CORRIDOI ASCENSIONALI - QUELLO CHE EMERGE MIRA AL CIELO

Primavera 2008: da una Moleskine regalata nell'estate del 2007, nasce il primo libro di Luca Di Bianca.

Tutto il guadagno viene versato all'AIL, Associazione Italiana contro le Leucemie Linfomi e Mieloma

"i CORRIDOI ASCENSIONALI sono delle vie di fuga per tutto ciò che vive all’interno del mio corpo e che cerca di essere sublimato attraverso le parole, rivendicando una propria vita"

Articolo sul "Tiburno" e "Dentro Magazine"

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DALL'ALTRA PARTE DELLA CATTEDRA

Liceo scientifico Majorana, Guidonia. ROMA

La prima volta in un liceo...

Gli artisti Luca Di Bianca & Frank Polucci al Liceo Scientifico "Ettore Majorana" di Guidonia grazie alla mediazione del Prof. Marco Giardini. La performance  è stata effettuata l'intera mattinata del venerdi 6 maggio con diverse classi, e si è sviluppata in due percorsi esistenziali tra la musica, le immagini e le parole trattando prima il rapporto dell'uomo con la natura e delle sue affinità con i quattro elementi, il sole, la luna e le stelle; e poi del rapporto dell'uomo con il suo innato desiderio di essere libero e la sua dedizione al sogno come scintilla motrice.

"DALL'ALTRA PARTE DELLA CATTEDRA: tornare dopo 16 anni nel liceo che mi ha visto "antagonista" è stata un'esperienza veramente emozionante; un tuffo nel passato che mi ha consentito di rivedermi attraverso gli studenti, in quella fase della vita che è molto simile ad un cammino di un acrobata su un filo molto labile, basta poco per farlo spezzare e cadere giù nei vortici di un'inquieta adolescenza che invece di donarti le ali te le potrebbero tagliare per sempre, dove la vista è ancora appannata ed il mondo sembra essere lì per te, ragazzo ribelle che si sente indistruttibile, ma che in verità è ancora privo di fondamenta. Un pò il caso, fortuna o bravura, o forse perchè le cose dovevano avere questo corso, il filo sul quale camminavo in equilibrio, mano a mano si è trasformato in una strada sempre più nitida verso la voglia di conoscere la vita, il mondo e tutte le sue sfumature. Questo è quello che vedo ora, DALL'ALTRA PARTE DELLA CATTEDRA"

"Se la disillusione verso le istituzioni in generale, compreso il sistema "scuola" è rimasta, rimane indelebile anche l'affetto verso il Prof. Marco Giardini, che ai tempi del liceo è stato uno dei pochi a porsi prima come insegnante di vita e poi come insegnante di studio, sapendo che la prima apre le porte alla seconda" Luca Di Bianca

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In basso:Luca Di Bianca, Prof. Marco Giardini e Frank Poluccimigliore 800x533IMG 0371 800x533IMG 0372 800x533IMG 0375 800x533IMG 0376 800x533IMG 0377 800x533IMG 0387 800x533IMG 0391 2 800x533IMG 0391 800x533IMG 0392 800x533IMG 0399 2 449x600IMG 0405 2 400x600IMG 0410 2 400x600IMG 0411 2 400x600IMG 0419 400x600

DALLE SCUOLE AI CAMPI PROFUGHI

L'istruzione come arma per cambiare il mondo

INVERNO 2018

In vista del viaggio di volontariato nei campi profughi del popolo Sahrawi nel sud dell'Algeria, lo scrittore-viaggiatore Luca Di Bianca mette in piedi un progetto dove, oltre alle vendite dei suoi libri che andranno all'Associazione Jaima Sahrawi di Reggio Emilia, coinvolge le scuole elementari e medie dell'Istituto Montelucci di Guidonia. Per gli studenti si esibisce in una serie di incontri dove spega la sua missione e sottolinea l'importanza della scuola anche negli angoli più sfortunati del mondo; gli studenti hanno liberamente donato materiale scolastico che sarebbe poi andato ai bambini sahrawi dei campi profughi.

I racconti "L'Ultimo Griot", "Granelli di Sabbia", "Il lungo viaggio del salmone Dolly", "La piccola Finn e i Fuochi della Volpe", sono stati messi in scena grazie alla collaborazione di amici e musicisti come Frank Polucci, Kristian Oslo, Emanuele Chiarito, Elisa Fornari.

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Dalle scuole...

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DALLE SCUOLE DI ROMA A QUELLE IN MAURITANIA

Le donazioni dei bambini romani arrivano in Africa

L'ISTRUZIONE E' L'ARMA PER CAMBIARE IL MONDO

Incontro dello scrittore-viaggiatore Luca Di Bianca con i bambini delle scuole elementari dell'Istituto Sant'Anna di Roma. A seguito dello storytelling "L'Eroe con la scopa in mano" che narra la fuga di una famiglia hazara dall'Afghanistan dei talebani" (presente nell'ultimo libro "Eroi nella Terra di Nessuno"), i bambini hanno donato giocattoli e materiale scolastico allo scrittore in vista del suo viaggio in Mauritania da consegnare ai loro coetanei nelle scuole ed in giro per il paese. 20240214 105050 paint 800x60020240214 114328 paint 800x60020240214 125043 paint 800x600IMG 20240214 WA0020 paint 800x600IMG 20240214 WA0052 n 800x600IMG 20240214 WA0054 450x600

...Ed ecco i regali consegnati in MAURITANIA da Luca Di Bianca durante il suo viaggio. Oltre a questi è stata fatta anche una donazione in denaro nella scuola di Choum derivante dal guadagno dei suoi libri. Sotto insieme al preside della scuola.MAURITANIA20240305 095700 450x600MAURITANIA20240305 100010 800x600MAURITANIA20240305 100356 800x600MAURITANIA20240305 100556 800x600MAURITANIA20240305 101842 800x600MAURITANIA20240305 103104 800x600MAURITANIA20240305 103554 800x600Palloni e giocattoli consegnati nei villaggi incontratiMAURITANIA20240306 134753 450x600MAURITANIA20240305 190149 800x600MAURITANIA20240305 190348 800x600MAURITANIA20240307 120137 450x600MAURITANIA20240308 110306 800x600MAURITANIA20240308 110844 450x600MAURITANIA20240308 111100 450x600MAURITANIA20240308 111429 800x600MAURITANIA20240308 135936 450x600MAURITANIA20240306 170259 800x600MAURITANIA20240306 170424 450x600MAURITANIA20240306 171209 450x600MAURITANIA20240306 171345 800x600MAURITANIA20240306 173523 800x600MAURITANIA20240306 181857 450x600MAURITANIA20240305 082949 800x600MAURITANIAIMG 20240306 171302MAURITANIA20240306 181954 800x600Un ringraziamento a Christian Ferrante, portiere della Nazionale Italiana Poeti, per il sostegno artistico nello Story Telling tenuto presso le scuole elementari dell'Istituto Sant'Anna di Roma.

ARTICOLO SU "IL TERRITORIO" di Veronica Evangelisti https://ilterritorio.net/2024/03/26/intervista-a-luca-di-bianca-poeta-errante-tornato-dallafghanistan/ultimissimo 424x600

Luca, tu sei uno scrittore errante, hai visitato ben oltre cento paesi nel mondo, da cui trai spunto per i tuoi racconti, da dove nasce questa passione?

La passione per la scrittura e quella per i viaggi sono strettamente connesse e sono iniziate all’età di circa 25 anni dopo aver ottenuto “il posto fisso” che riempie le tasche e magari dà sicurezza economica, ma molto spesso ti “allucchetta” nella tua comfort zone e ti incatena l’anima. Un po’ come il pesciolino rosso nell’acquario, gli danno da mangiare e lui felice nuota nelle sue acque non conoscendo il mondo fuori del suo spazio, ecco io sentivo il bisogno di conoscere l’oceano del mondo, “facis de necessitate virtutem”, e le acque del mare sono salate, più le bevi e più hai sete e dunque la passione per i viaggi ha permeato la mia vita. Ho la fortuna di lavorare per BHS Travel, un tour operator italiano tra i pochi, se non l’unico, ad organizzare viaggi estremi negli Stati più difficili del mondo e riesco comunque a mantenere il lavoro dipendente come operaio e forse è proprio quest’ultimo che dà senso a tutto, perché un uccello che non è mai stato in gabbia non può volare sentendosi consapevolmente libero. Con i viaggi sono arrivati forti stimoli per la scrittura, con la quale già mi dilettavo; quasi tutti i miei racconti si ispirano a luoghi visitati, spesso i più difficili come campi profughi, orfanotrofi o zone di guerra e nei miei libri sono sempre accompagnati da fotografie che scatto in giro per il mondo. Collaborando anche con alcune scuole elementari di Roma facendo degli storytelling, i protagonisti delle mie storie sono sempre dei bambini, in modo da fare avvicinare maggiormente alla lettura i nostri scolari anche attraverso delle piccole donazioni in giocattoli o materiale scolastico che poi io stesso consegno ai loro coetanei nelle visite durante i viaggi. Ad oggi ho visitato 123 paesi in tutti e 5 i continenti ed ho pubblicato 5 libri e ancora sento che devo andare avanti.

Tra i tuoi ultimi viaggi ci sono paesi come l’Afghanistan, la Libia, l’Iraq, i campi profughi Palestinesi e per ultimo la Mauritania. Cosa ti hanno lasciato dentro e cosa vuoi raccontare?

Nei posti più difficili da vivere ritrovi il significato della vita; sembra scontato dirlo ma tutti dovrebbero fare un’esperienza del genere, per ridimensionare tutto il superfluo che ci fa abbellire le vetrine della nostra anima e dare valore a ciò che dà senso all’esistenza, l’amore per il prossimo, la difesa del nostro mondo e di tutte le creature che lo abitano. Le principali vittime dei giochi di potere delle grandi potenze sono in gran parte civili e bambini, che non sanno nemmeno perché gli cade una bomba in testa; in tutti i conflitti c’è la “longa manus” degli Stati più forti il cui obiettivo è rendere instabile politicamente i paesi in cui hanno interessi economici. Questo è il motivo per cui si fa la guerra anche se i media ci vogliono mostrare che ci sono i buoni da una parte che combattono i cattivi dall’altra, ma vediamo che i cattivi cambiano di volta in volta a seconda del guadagno che i presunti buoni vogliono ottenere e tutto questo fregandosene dei civili innocenti. Questi paesi mi hanno lasciato un vuoto dentro, riempito però dalla forza della popolazione locale che vuole risollevarsi e voltare pagina. Persone che vivono fra le macerie come Mosul, nei campi profughi tendati del Sahara Occidentale, in case fatiscenti a Beirut per i rifugiati palestinesi, nei centri d’accoglienza alle porte d’Europa, persone che quando ti vedono dividono con te tutto quello che gli è rimasto, un tè, un pezzo di pane, che mantengono salda la loro dignità nonostante tutto e fissandoti negli occhi ti dicono “io esisto, racconta quello che vedi qui, sei il mio grido di libertà”. Questo è quello che cerco di fare attraverso i miei racconti, parlare delle loro storie cercando di accendere la scintilla della consapevolezza.

I tuoi libri, compreso l’ultimo “Eroi nella terra di nessuno”, sono dei veri e propri progetti per raccogliere dei fondi a sostegno dei bambini meno fortunati nei campi profughi e nelle scuole in zone di guerra o precarie. Da dove nasce questo desiderio, e dove ti sta portando?

Tutto il guadagno dei miei libri, è sempre stato devoluto personalmente durante i miei viaggi a sostegno dell’insegnamento dei bambini. Ritengo che l’istruzione sia l’unica arma per cambiare il mondo e per combattere le guerre, che solitamente vengono costruite proprio sull’ignoranza della popolazione. Tra le ultime donazioni ci sono quelle fatte ad una scuola clandestina a Bamyan in Afghanistan, dove il governo dei talebani proibisce qualsiasi insegnamento al di fuori di quello religioso. Qui si fa resistenza, si creano le generazioni future attraverso lo studio, si diffonde la consapevolezza che un futuro migliore è possibile grazie alla cultura perché l’ignoranza è terreno fertile per i signori della guerra. Di questo parlo anche nelle scuole di Roma dove faccio degli interventi, soprattutto con la scuola elementare Sant’Anna di Settecamini dove si è instaurato un rapporto di stima reciproca. Il mio ultimo libro si chiama “Eroi nella Terra di Nessuno” ed i veri eroi non sono quelli che vediamo in TV con i mantelli e con i muscoli, eroi sono le persone che non smettono di lottare per un mondo migliore, sono gli stessi bambini delle nostre scuole che mi consegnano un quaderno o un peluche da consegnare ai loro coetanei in zone martoriate ed eroi sono questi ultimi che nonostante tutto, hanno la forza e la fiducia di voler cambiare le proprie condizioni di vita in questa terra che non appartiene a nessuno perché è la casa di tutte le persone che la abitano.

Dove possiamo trovare i tuoi libri?

I miei libri si possono acquistare online tramite Amazon oppure in una delle tante presentazioni o spettacoli di storytelling che faccio a Roma e dintorni; quest’ultima la preferisco perché c’è un maggiore guadagno da devolvere non essendoci la quota, comunque piccola, per lo smistamento del libro tramite la piattaforma, e anche per conoscere nuove persone.

 

EVENTO X PER IL NEPAL

Non canto - Non scatto - Non scrivo

PARTORIRE MUSICA, IMMAGINI E PAROLE + A WALK IN INDOCINA

Per la prima volta insieme LUCA DI BIANCA + FRANCESCO POLUCCI + STEFANO TOMASSETTI

L’intero incasso delle vendite dei libri “Il Cacciatore Errante” e “Nkuba  -la grande pioggia” è stato devoluto completamente all’ Organizzazione No-Profit AGIRE per aiutare la popolazione nepalese vittima del terremoto del 25 aprile 2015.

PER IL NEPAL!

PARTORIRE MUSICA, IMMAGINI E PAROLE

“Il viaggiatore e scrittore de “Il cacciatore errante”, Luca di Bianca e Il cantautore Francesco Polucci con il suo “Project solo”, ci accompagneranno in un viaggio circolare dentro e fuori di sè, attraverso la musica, le immagini e le parole. Su uno sfondo di fotografie scattate dallo scrittore in ogni angolo del mondo, i due artisti si intervalleranno con letture dinamiche, accompagnate da chitarra e brani musicali inediti, trattando diverse tematiche dell’anima e dell’esistenza umana.

 

A WALK IN INDOCHINA – STEFANO TOMASSETTI

Quale modo migliore per entrare in contatto con un posto, con la sua cultura, con i suoi odori, con le sue persone, se non con una passeggiata?
Passeggiare a piedi per le strade, per i mercati, per i villaggi di campagna, entrare nelle case, fermarsi a parlare con le persone, guardarle negli occhi, giocare coi bambini, è il modo più semplice e più bello che un viaggiatore ha per assaporare i luoghi in cui si trova.
Mi chiamo Smallboy e sono un photodreamer. Con una breve passeggiata di 30 scatti voglio accompagnarvi in alcuni luoghi nel Sud-Est Asiatico dove sono andato a perdermi per 4 mesi nell’esperienza più bella, emozionante e potente che abbia mai fatto finora….un viaggio in solitaria tra Birmania, Laos, Vietnam, Cambogia, Thailandia, Malesia e Bangladesh.

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FRA LA DISTRUZIONE DELL'ISIS

Il cuore sopra le macerie di Mosul

MOSUL, IRAQ 2022

Sopra le macerie il cuore batte più forte

Grazie alle persone che continuano ad acquistare i miei libri il cui guadagno rende possibile tutto questo: donazioni, materiale sportivo e didattico, vestiti e giocattoli. 

LA BATTAGLIA DI MOSUL

La battaglia di Mosul è stata un'importante campagna militare conosciuta come “Operazione Arriviamo Ninive” (antico nome della città quando era capitale dell’impero Assiro). Fu lanciata nell’ottobre 2016 dalle forze del governo iracheno, combattenti peshmerga e milizie alleate per riconquistare la città caduta in mano all'Isis (Stato Islamico del Levante) dal giugno 2014 quando il suo capo Abu Bakr al-Baghdadi aveva proclamato "il califfato" nella Grande Moschea. Conclusasi nel gennaio 2017, ma formalmente nel luglio 2017, “la madre di tutte le battaglie” fu il più grande dispiegamento di forze irachene dopo l'invasione dell'Iraq del 2003.
la popolazione originaria di 2,5 milioni era crollata a circa 1,5 milioni dopo due anni di potere dell'ISIS. Le vittime totali si teme siano state almeno 40000, il resto della popolazione che era riuscita a fuggire fu collocata nei campi profughi delle vicinanze.
Cecchini, mine, armi chimiche e trincee cercavano di impedire la fuga ai civili che venivano usati come scudi umani. I ragazzi di Mosul, anche dodicenni, erano costretti a combattere per loro, decapitare prigionieri e costruire bombe per attentati suicidi. I 600 000 bambini presenti erano circondati dalle milizie dell'ISIS ed esposti alla carenza di cibo, acqua, elettricità e cure mediche dato che le milizie monopolizzavano gli ospedali locali.
È stato stimato che rimuovere gli ordigni inesplosi da Mosul e ricostruire la città costerà 50 miliardi di dollari e il ripristino della sola città vecchia di Mosul, roccaforte della resistenza dell’Isis, richiederà circa 1 miliardo di dollari e ad oggi è ancora completamente distrutta nonostante le persone continuano a viverci.

Abbiamo distribuito 60 kg di materiale in giro per la città, circondati dalla popolazione locale, un grande cuore ferito in cerca del riscatto.

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FRA ORFANOTROFI, BIDONVILLE... e HIMBA

Donazioni lungo il viaggio in Namibia

Durante il viaggio in Namibia sono state programmate diverse visite per consegnare donazioni di materiale scolastico, vestiti, palloni da calcio e soldi derivanti dai proventi delle vendite dei libri all'orfanotrofio gestito dal volontario Dario Pastore.

Le fotografie di seguito sono inerenti solamente alle offerte, per quanto riguarda tutte le fotografie del viaggio in Namibia puoi vederle nella sezione "viaggi" "Namibia".

BIDONVILLE DI MONDESA... in bici, SWAKOPMUND

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ORFANOTROFIO DI KATUTURA, WINDHOEK gestito da Dario Pastore

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VILLAGGI HIMBA... con partita di calcio

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Gli spettri dei Balcani

Serbia e Bosnia tra guerra, presente e futuro

Gli spettri dei Balcani - Nova Lectio Documentary

Lo staff di Nova Lectio si è recato in Serbia ed in Bosnia per raccontarne la storia recente e la realtà contemporanea. Dalle guerre fratricide degli anni '90 al presente, analizzando i rapporti geopolitici con le super potenze mondiali. I due documentari saranno pubblicati sul canale youtube nei primi mesi del 2026.20251207 154436 800x600

In alto lo staff di Nova Lectio, da sinistra: Luca Di Bianca (travel manager), Simone Guida (conduttore e proprietario del canale), Filippo Giaccaglia (filmaker), Sukhraj Sing (Graphic and Motion designer)

PRIMO DOCUMENTARIO:

SERBIA - IL PAESE CHE LA NATO HA BOMBARDATO E POI DIMENTICATO

Il lavoro ripercorre i bombardamenti NATO del 1999 e le conseguenze che ancora segnano il Paese, segue le proteste contro la corruzione e le derive autoritarie, e analizza la posizione della Serbia nello scenario geopolitico tra Unione Europea, Russia e Cina. Attraverso le voci di cittadini, studenti, attivisti ed esperti, emerge una domanda centrale: la Serbia può davvero guardare al futuro se le nuove generazioni continuano a portare il peso di un passato ancora irrisolto?20251204 110844 800x600BOMBARDAMENTO NATO

Nel ’99 la NATO bombarda la Serbia per fermare i crimini di guerra che Milošević stava facendo in Kosovo. Però molti qui pensano che ci fosse anche un obiettivo geopolitico: trasformare il Kosovo in un avamposto occidentale. Da allora la Serbia si fida poco dell’Europa… e guarda alla Russia come l’alleato più sicuro.20251204 141007 800x60020251204 111058 542x60020251204 114319 800x60020251204 123622 800x600IMG 20251204 WA0086 800x600in alto lo staff di Nova Lectio insieme a Miljan Miljevic e Andrija Vatociv del Serbian Private Tour

PARCO DEI PIONIERI
Le proteste in Serbia sono esplose dopo il crollo di una struttura a Novi Sad nel 2024: sedici morti e accuse di corruzione. Da lì studenti e cittadini si sono ritrovati al Parco dei Pionieri contro governo e censura. La risposta è stata dura, ma mostra quanto la gente sia stanca e voglia cambiare.20251204 104042 610x600...insieme a Dragan Gmizic giornalista di "Balkan Investigating Reporting"

BELGRADO
Belgrado significa “fortezza bianca”: da Kalemegdan vedi Sava e Danubio incontrarsi, ed è già tutta la sua storia. È un mix unico di imperi, Jugoslavia e brutalismo, ma anche tanta vita e creatività. Oggi è il motore economico del Paese: moderna, viva, ma sempre con quella bellezza un po’ ruvida che la rende diversa ed unica.20251205 132330 800x60020251205 131052 800x600SAN SAVA
La chiesa di San Sava rappresenta l’identità serba. L’ortodossia qui ha tenuto il Paese unito in secoli di dominazioni straniere. San Sava è il punto di riferimento spirituale e culturale: capire lui significa capire l’anima profonda della Serbia.20251205 092123 491x600TITO
Tito è ancora una figura che divide: ha tenuto insieme la Jugoslavia per decenni, senza schierarsi né con USA né con URSS. C’è chi lo vede come stabilità e convivenza, e chi come repressione. Ma rimane uno dei pochi leader della Guerra Fredda rispettato da entrambe le superpotenze.20251204 183657 561x600serbia reflexIMG 0395 800x533 800x533...via terra verso Sarajevo e sosta a Mecavnik...

Mecavnik è il paese che Kusturica ha sognato per ricordarci che la vita è un miracolo. Qui il legno parla, le montagne ascoltano, e ogni strada sembra uscita da un film dove il caos diventa poesia. In questo villaggio il mondo non si spiega: si celebra, si ride, si suona… e per un momento tutto torna possibile.20251206 120606 800x60020251206 122111 800x600serbia luca20220731 134615 800x600 800x600

SECONDO DOCUMENTARIO

BOSNIA - LA POLVERIERA D'EUROPA

Questo documentario esplora la Bosnia ed Erzegovina, uno dei Paesi più fragili d’Europa. Vengono analizzati la guerra degli anni Novanta, l’assedio di Sarajevo, il genocidio di Srebrenica e le violenze che hanno colpito anche luoghi come Višegrad, lungo il fiume Drina.
Attraverso spiegazioni semplici, luoghi reali e storie personali, si mostra come il passato della Bosnia continui ancora oggi a influenzare la vita quotidiana. Il Paese è diviso, politicamente instabile e attraversato da tensioni mai risolte.
Emerge una domanda chiara: la Bosnia può andare avanti se i suoi abitanti vivono ancora con il timore che il passato possa tornare?20251207 135641 800x600In alto la vettura ed il luogo dell'attentato all'Arciduca Francesco Ferdinando del 1914 che innescò la Prima Guerra Mondiale.20251207 144106 800x60020251207 145544 800x600Sotto le interviste a Amela Dzebo, ragazza bosniaca, per parlare della Bosnia di oggi. E alla giornalista Sanija Salihi, famosa reporter locale.20251207 173501 800x60020251207 180747 800x600SARAJEVO SOTTO ASSEDIO
Sarajevo è stata assediata per oltre tre anni dal 1992: due terzi della città distrutti, più di diecimila morti, migliaia di civili e bambini colpiti dai cecchini sulle colline. Era una città intrappolata in una valle, perfetta da bombardare. Ancora oggi il suo paesaggio racconta quell’incubo (sotto, insieme al veterano di guerra Adnan Habul) davanti all'ex Holiday Inn, famoso per aver ospitato i giornalisti di tutto il mondo durante l'assedio).20251207 100547 800x600HUMAN SAFARI 
...tre punti per i bambini, due punti per le donne ed un punto per gli uomoni... Durante l’assedio di Sarajevo, alcuni italiani pagarono migliaia di euro per essere portati sulle colline e sparare contro civili inermi, donne e bambini compresi.
Quelle “vacanze da cecchino” sono oggi al centro di un’inchiesta della magistratura di Milano per omicidio volontario aggravato.Un oscuro episodio che rivela crudeltà e ipocrisia in piena guerra, tra caos e silenzio internazionale.20251207 110826 800x600TUNNEL DELLA SPERANZA
Scavato sotto l’aeroporto durante l’assedio, il Tunnel della Speranza era l’unico collegamento tra Sarajevo assediata e il resto del mondo. Un passaggio stretto, basso, fangoso, dove passavano armi, medicine, cibo e speranze. Senza questo tunnel, la città sarebbe crollata.20251207 105628 800x60020251207 114325IL GENOCIDIO DI SREBENICA

Nel luglio 1995, le truppe di Ratko Mladić entrarono a Srebrenica, zona “protetta” dall’ONU, e uccisero oltre 8.000 bosniaci musulmani in pochi giorni, nel primo genocidio europeo dopo la Seconda guerra mondiale. Caschi blu, Europa e comunità internazionale guardarono dall’altra parte, facendo finta di nulla. Il Memoriale di Potočari resta oggi un luogo silenzioso e doloroso, impossibile da ignorare. È una ferita enorme nella storia bosniaca e balcanica20251208 111345 800x60020251208 111606 800x60020251208 111618 800x600Alcuni disegni fatti dai soldati dell'Onu che mostrano il senso di impotenza e la frustazione.20251208 124650 800x60020251208 124707 800x60020251208 124731 800x60020251208 131152 800x60020251208 135800 800x60020251208 155443 800x600In alto lo staff di Nova Lectio insieme ad una famiglia di Srebenica sopravvissuta al genocidio

VISEGRAD
E' il simbolo delle guerre balcaniche; il ponte di Andrić, che nel suo romanzo rappresenta secoli di convivenza e tensioni, negli anni ’90 diventa davvero teatro di massacri. Qui centinaia di civili furono uccisi e intere comunità bosgnacche sparirono in poche settimane. È uno di quei luoghi dove la storia ha smesso di essere metafora.20251206 141024 800x600MOSTAR
Famosa per il ponte, ma non è solo una cartolina: durante la guerra è stato fatto saltare nel ’93, ed è stato ricostruito pietra per pietra nel 2004 usando tecniche ottomane originali. Gli abitanti dicono che finché il ponte rimane in piedi, la città respira. E poi c’è l’usanza dei tuffatori: ragazzi che ancora oggi si buttano da 20 metri nel fiume gelido, come rito di coraggio e identità.20251209 152032 800x600BLAGAJ
La tekke di Blagaj sembra un luogo sospeso: la casa dei dervisci appoggiata alla roccia, la sorgente che nasce come un respiro freddo dalla montagna. Qui i sufi cercavano il silenzio interiore, convinti che l’acqua che sgorga fosse un simbolo dell’anima che si rinnova. È uno dei posti più carichi di calma di tutta la Bosnia.20251209 130955 800x600KRAVICE
Tutti conoscono Kravice d’estate, ma d’inverno è quasi più bella: niente folle, solo il rumore dell’acqua e quella nebbia che sale dalle cascate come fosse fumo. Sembra un set fantasy. È freddo, sì, ma è il momento migliore per vederla davvero, senza gente che si tuffa ovunque.20251210 111432 800x600POCITELJ 

Uno storico villaggio fortificato della Bosnia ed Erzegovina, affacciato sul fiume Neretva. Celebre per l’architettura ottomana e la sua atmosfera senza tempo, è oggi patrimonio culturale di grande valore.20251210 093414 800x600

Mi affascinano molto i paesi balcanici, qualche volta mi hanno anche scambiato per un abitante dell'est europa, forse per via del mio inglese con uno slang un po rude e per i tratti somatici simili agli slavi. Una volta mi chiesero proprio se fossi "Jugoslavo" anche se la jugoslavia gia si era divisa. Questa affermazione mi fece sorridere e mi rimase in testa ed oggi posso dire che... sì, aveva ragione, forse sono attratto da questi paesi proprio perche tutti insieme rispecchiano il mio stato interiore, controversi, mine vaganti fra la guerra e la pace, vittime e carnefici, alla continua ricerca di un equilibrio da trovare.

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Groenlandia e Islanda

I vichinghi ed Erik il Rosso

Sule tracce di Erik il rosso, NOVA LECTIO DOCUMENTARY20260830 100815 800x600IL MONDO IN CUI NASCE ERIK IL ROSSO
Per capire Erik il Rosso bisogna innanzitutto entrare nel mondo dell'Atlantico settentrionale del X secolo. Quando Erik nasce, i norreni non sono affatto un popolo confinato alla Scandinavia. Da generazioni i navigatori provenienti soprattutto dalla Norvegia hanno iniziato a muoversi lungo le coste dell'Europa settentrionale e attraverso l'Atlantico, stabilendosi nelle Orcadi, nelle Shetland, nelle Fær Øer e soprattutto in Islanda.010a5efb a733 4ffd abe1 06e255a91d14 copied media2 800x450
L'Islanda rappresenta una delle grandi frontiere della colonizzazione norrena. A partire dalla fine del IX secolo, gruppi provenienti dalla Norvegia e dalle comunità norrene delle isole britanniche si stabiliscono sull'isola, portando con sé famiglie, animali, consuetudini e un'organizzazione sociale fondata principalmente sull'agricoltura e sull'allevamento.
È importante liberarsi però dell'immagine stereotipata del "vichingo" come guerriero che trascorre tutta la vita a saccheggiare villaggi. La maggioranza della società norrena era composta da agricoltori, allevatori, pescatori, mercanti e proprietari terrieri. La navigazione e la guerra erano certamente fondamentali, ma facevano parte di una società molto più complessa.
In Islanda, inoltre, non esisteva un re che governasse direttamente l'intera popolazione. Il potere era distribuito tra grandi famiglie e capi locali e veniva esercitato anche attraverso assemblee e istituzioni come l'Alþingi. In una società di questo tipo, i rapporti familiari e le alleanze erano fondamentali, ma lo erano anche le faide. Un conflitto tra due uomini poteva infatti trasformarsi rapidamente in uno scontro tra intere famiglie e protrarsi per generazioni.
È proprio all'interno di questo mondo che dobbiamo collocare Erik.20260830 093835 800x450Statua di Leif Erikson, Reykjavik20260831 112730 800x450ERIK IL ROSSO E LA SUA FAMIGLIA
Il suo nome era Eiríkr Þorvaldsson, mentre il soprannome rauði, "il Rosso", viene generalmente collegato ai suoi capelli o alla barba rossiccia. Le informazioni sulle sue origini ci arrivano soprattutto dalle saghe islandesi, in particolare dalla Eiríks saga rauða, la Saga di Erik il Rosso, e dalla Grænlendinga saga, la Saga dei Groenlandesi.
Le saghe fanno risalire la famiglia di Erik alla Norvegia. Suo padre, Þorvaldr Ásvaldsson, fu costretto a lasciare la Norvegia in seguito a una vicenda di sangue e si trasferì in Islanda insieme alla famiglia. Questo dettaglio è già significativo, perché la storia di Erik sembra quasi ripetere quella del padre: anche lui, una generazione dopo, sarà costretto a lasciare una terra a causa della violenza.
Erik cresce quindi in Islanda e, una volta adulto, costruisce la propria posizione sociale. Sposa Þjóðhildr Jörundsdóttir e avrà diversi figli, tra cui Leif Eriksson, che diventerà il più famoso della famiglia, oltre a Þorvaldr, Þorsteinn e, secondo le saghe, Freydís.
La famiglia di Erik diventerà così uno dei nuclei fondamentali dell'espansione norrena verso occidente. La storia del padre e quella dei figli sono infatti inseparabili: Erik porterà i norreni in Groenlandia, mentre Leif e gli altri continueranno a spingersi verso terre ancora più occidentali.20260831 114735 800x45020260831 115019 800x45020260831 115339 800x45020260831 154137 800x450EIRÍKSSTAÐIR: LA CASA DI ERIK
Uno dei luoghi più importanti del nostro viaggio sarà Eiríksstaðir, nell'area di Haukadalur, in Islanda. Secondo la tradizione delle saghe, questa era la fattoria associata a Erik il Rosso e proprio qui sarebbe nato suo figlio Leif.
Quello che vedremo oggi, naturalmente, non è la casa originale di Erik. Il sito archeologico conserva le tracce della fattoria e la struttura che possiamo visitare è una ricostruzione realizzata sulla base delle evidenze archeologiche. È comunque un luogo straordinario perché permette di visualizzare concretamente l'ambiente nel quale viveva la famiglia.
La tipica abitazione norrena era una longhouse, una grande struttura allungata nella quale vivevano insieme gli appartenenti alla famiglia e, in alcuni casi, anche lavoratori e schiavi. La vita quotidiana era profondamente legata all'allevamento, alla conservazione delle provviste, alla lavorazione dei prodotti agricoli e alla gestione della fattoria.
Eiríksstaðir è quindi molto più di una semplice attrazione archeologica. È il punto nel quale la grande storia dell'espansione norrena verso l'Atlantico può essere riportata alla dimensione di una famiglia. Prima di essere l'uomo che avrebbe fondato la colonia groenlandese, Erik era il proprietario di una fattoria islandese e il padre di un bambino che sarebbe diventato, a sua volta, un esploratore.20260831 171306 800x45020260831 174917 800x45020260831 175941 800x600LA VIOLENZA E L'ESILIO
La svolta nella vita di Erik arriva attraverso una serie di faide. Secondo la Saga di Erik il Rosso, alcuni schiavi appartenenti a Erik provocano una frana che danneggia la proprietà di un uomo chiamato Valthjof. Un suo parente, Eyjolf il Sucido, reagisce uccidendo gli schiavi.
Erik decide di vendicarli e uccide Eyjolf. La situazione non si chiude con questa morte: la faida prosegue e Erik uccide anche un altro uomo, Hrafn il Duellante. A quel punto i suoi avversari riescono a ottenere la sua condanna all'esilio.
È un passaggio fondamentale, perché la grande spedizione che porterà alla colonizzazione della Groenlandia nasce, almeno secondo la tradizione delle saghe, non da un progetto scientifico o da una semplice curiosità geografica, ma da una necessità personale. Erik deve lasciare l'Islanda.
Gli viene concesso un periodo limitato di esilio e decide di utilizzare quel tempo per cercare una terra situata a occidente di cui circolavano voci tra i navigatori.bd00a6e7 2752 4d2f b5c3 3a4ae2bb6e03 copied media2 800x45020260831 182610 800x450VERSO OCCIDENTE: LO SNÆFELLSJÖKULL E L'ATLANTICO
Secondo la Saga di Erik il Rosso, Erik salpa dalla zona dello Snæfellsjökull, sulla costa occidentale dell'Islanda. È un dettaglio particolarmente interessante per il nostro viaggio, perché ci permette di raccontare fisicamente il momento nel quale Erik abbandona l'Islanda e si dirige verso l'ignoto.
Le saghe attribuiscono a un navigatore precedente, Gunnbjörn Ulfsson, l'avvistamento di terre o scogliere a occidente dell'Islanda. Erik decide di cercarle. Non possiamo verificare ogni dettaglio di questa tradizione, ma il racconto riflette una realtà fondamentale della navigazione nordatlantica: i norreni possedevano già una conoscenza considerevole delle rotte verso occidente e le terre dell'Atlantico non erano completamente sconosciute alla loro tradizione nautica.
Erik attraversa quindi l'oceano e raggiunge la Groenlandia.
Il primo contatto avviene secondo la saga sulla costa orientale dell'isola, una delle zone più difficili da raggiungere e da abitare. Qui il ghiaccio e le condizioni del mare rendono complicata la navigazione. Erik prosegue quindi verso sud, raggiunge l'estremità meridionale della Groenlandia e comincia a esplorare i grandi fiordi della regione.20260901 115708 800x45020260901 122802 800x45020260901 123853 800x600In alto, insieme al direttore del Viking World che ospita la Islendingur, la riproduzione della nave vichinga utilizzata da Leif Erikson per lo sbarcò nel Vinland, territorio americano. Nel 2000, una truppa guidata dal capitano Eggertsson, ripercorse lo stesso tragitto.

I TRE ANNI IN GROENLANDIA
Secondo la tradizione riportata dalla saga, Erik trascorre circa tre anni esplorando la Groenlandia. Durante questo periodo cerca di capire se la nuova terra possa effettivamente sostenere una comunità stabile.
È importante immaginare cosa significhi questa esplorazione. Erik non sta semplicemente navigando lungo una costa per disegnare una mappa. Deve individuare luoghi dove sia possibile sbarcare, trovare acqua e pascoli, valutare le condizioni del terreno e capire quali risorse possano essere sfruttate.
La costa meridionale della Groenlandia presenta caratteristiche molto diverse rispetto alla parte orientale. I grandi fiordi penetrano profondamente nell'isola e alcune vallate offrono pascoli relativamente favorevoli durante la stagione estiva.
È qui che Erik individua il territorio nel quale sarà possibile costruire una nuova società.
Quando il periodo dell'esilio termina, Erik torna in Islanda. Ma questa volta non torna semplicemente per riprendere la sua vecchia vita.
Vuole convincere altri uomini a seguirlo.20260901 195750 800x60020260902 102023 800x60020260902 113733 800x60020260902 154227 800x60020260902 161248 800x60020260902 170923 800x600PERCHÉ LA CHIAMÒ "TERRA VERDE"?
Uno degli episodi più famosi della saga riguarda il nome stesso della Groenlandia.
Erik la chiamò Grænland, "Terra Verde". Secondo la Saga di Erik il Rosso, lo fece perché un nome positivo avrebbe incoraggiato altri uomini a partire con lui e a stabilirsi nella nuova terra.
È una delle scene più interessanti per comprendere il personaggio di Erik: il nome non è soltanto una descrizione geografica, ma anche uno strumento di propaganda.
Questo non significa però che Erik abbia inventato completamente il verde della Groenlandia. Il sud dell'isola presenta effettivamente vallate e pascoli che durante l'estate assumono un aspetto molto diverso dall'immagine della Groenlandia completamente coperta dal ghiaccio che abbiamo oggi.
La Groenlandia non era quindi un paradiso verde, ma nemmeno una distesa uniforme di ghiaccio. La scelta del nome può essere stata strategica, ma aveva comunque un legame con il paesaggio reale del sud dell'isola.20260902 203702 800x60020260902 203719 800x600LA COLONIZZAZIONE DELLA GROENLANDIA
Quando Erik torna in Islanda comincia a organizzare una spedizione coloniale. Le saghe raccontano di numerose navi partite verso la Groenlandia, anche se i numeri riportati dalle fonti devono essere trattati con cautela. La tradizione racconta inoltre che diverse navi non riuscirono a raggiungere la destinazione.
Questo ci permette di comprendere quanto fosse difficile attraversare l'Atlantico settentrionale. Una spedizione verso la Groenlandia non significava semplicemente acquistare una nave e partire. Bisognava affrontare tempeste, nebbia, correnti, ghiaccio e la possibilità concreta di non riuscire più a tornare.
Una volta arrivati, i coloni si stabilirono soprattutto nella parte meridionale dell'isola, lungo i grandi fiordi. Non costruirono una singola città, ma una rete di fattorie distribuite sul territorio.
Il centro della famiglia di Erik sarebbe diventato Brattahlíð.20260902 1036090 800x600BRATTAHLÍÐ, LA CASA DI ERIK IN GROENLANDIA
Oggi Brattahlíð corrisponde all'area di Qassiarsuk, uno dei luoghi centrali del nostro viaggio.
Qui Erik stabilì la propria fattoria e costruì il centro della sua autorità nella nuova colonia. È difficile parlare di una "capitale" nel senso moderno del termine, ma Brattahlíð fu certamente uno dei principali centri dell'Insediamento orientale e il luogo simbolicamente legato al fondatore della colonia.
La società che nacque in Groenlandia era principalmente agricola e pastorale. I coloni portarono con sé bovini, pecore, capre e cavalli e cercarono di ricreare, per quanto possibile, il sistema economico al quale erano abituati in Islanda e Scandinavia.
Ma la Groenlandia imponeva condizioni completamente diverse.
Il clima era più rigido, la stagione utile per l'agricoltura era breve e alcune risorse fondamentali erano difficili da reperire. I cereali, per esempio, non potevano costituire la base dell'alimentazione come in alcune regioni europee. L'allevamento, la pesca, la caccia e lo sfruttamento delle risorse locali diventarono quindi fondamentali.20260902 121742 800x600UNA SOCIETÀ CHE DIPENDEVA DAL MONDO ESTERNO
Uno degli aspetti più interessanti della Groenlandia norrena è che, nonostante la distanza, la colonia non era completamente isolata.
I coloni avevano bisogno di mantenere rapporti con l'Islanda e con la Norvegia perché alcune risorse erano difficili o impossibili da ottenere localmente. Tra queste c'erano soprattutto il ferro e il legname di grandi dimensioni.
La Groenlandia possiede naturalmente alberi e vegetazione, ma non disponeva delle grandi foreste necessarie per fornire facilmente legname da costruzione e per la costruzione navale. I coloni utilizzavano quindi il legname disponibile localmente, ma dovevano anche ricorrere al commercio e alle spedizioni verso altre regioni dell'Atlantico settentrionale.
Questo ci fa capire una cosa fondamentale: la colonia groenlandese non era un mondo completamente autosufficiente. La sua sopravvivenza dipendeva anche dalla capacità di mantenere le rotte marittime che la collegavano al resto del mondo norreno.20260902 140450 800x600IL COMMERCIO DELL'AVORIO DI TRICHECO
La Groenlandia possedeva però risorse molto preziose per i mercati europei. Una delle più importanti era l'avorio di tricheco, ricavato dalle grandi zanne di questi animali.
L'avorio era un materiale pregiato nell'Europa medievale e veniva utilizzato per realizzare oggetti raffinati, decorazioni e manufatti di lusso. La caccia al tricheco, soprattutto nelle regioni artiche più settentrionali, poteva quindi avere un'importanza economica significativa per i groenlandesi.
Questa risorsa contribuiva a inserire la colonia nella rete commerciale europea. La Groenlandia poteva esportare prodotti difficilmente reperibili altrove e ricevere in cambio beni che non potevano essere prodotti localmente.
Questo sistema funzionò per secoli, ma proprio la sua dipendenza dalle rotte commerciali avrebbe rappresentato, in futuro, una delle possibili vulnerabilità della colonia.20260902 122207 800x600LEIF ERIKSSON: IL FIGLIO DI ERIK
A Brattahlíð cresce Leif Eriksson, il figlio che renderà ancora più famosa la famiglia.
Leif appartiene però a una generazione diversa da quella del padre. Quando Erik ha costruito la colonia, la società norrena è ancora profondamente legata alle tradizioni religiose scandinave. Durante la vita di Leif, invece, la Scandinavia sta attraversando una trasformazione decisiva: la diffusione del cristianesimo.
Secondo la Saga di Erik il Rosso, Leif si reca in Norvegia e arriva alla corte di Olaf Tryggvason, il re che promuove con forza la conversione della Norvegia al cristianesimo. Leif viene convertito e riceve l'incarico di portare la nuova religione in Groenlandia.
Quando torna a Brattahlíð, secondo la tradizione delle saghe, il cristianesimo comincia così a entrare nella stessa famiglia di Erik.20260902 134657 800x600ERIK E LA CONVERSIONE AL CRISTIANESIMO
La conversione di Erik non viene raccontata dalle saghe come un processo pacifico e immediato. Erik rimane legato alle antiche credenze, mentre sua moglie Þjóðhildr accoglie la nuova religione.
Secondo la tradizione, Þjóðhildr fa costruire una chiesa a Brattahlíð. È un passaggio estremamente significativo perché mostra come la trasformazione religiosa della Scandinavia raggiunga anche questa colonia lontanissima.
Non dobbiamo però immaginare che da un giorno all'altro tutti gli abitanti abbiano abbandonato le antiche credenze. La cristianizzazione del mondo norreno fu un processo lungo e complesso, durante il quale elementi cristiani e tradizioni precedenti continuarono per molto tempo a convivere.
Nella saga, comunque, il contrasto tra Erik e Leif diventa quasi simbolico: il padre rappresenta il mondo nel quale la colonia è nata, mentre il figlio rappresenta la nuova società cristiana che si sta formando.20260902 140606 800x600LEIF E VINLAND
Ed è proprio con Leif che la storia della famiglia di Erik si spinge ancora più a occidente.
Secondo la Saga di Erik il Rosso, durante il viaggio di ritorno dalla Norvegia Leif viene spinto fuori rotta e raggiunge terre sconosciute. Qui trova condizioni ambientali completamente diverse da quelle della Groenlandia: foreste, terre più fertili e risorse che sembrano abbondanti.
La saga parla di una regione chiamata Vinland.
Su questo punto è fondamentale distinguere la tradizione letteraria dalle prove archeologiche. Le descrizioni precise di Vinland nelle saghe non possono essere automaticamente trasformate in una carta geografica moderna. Tuttavia, oggi sappiamo con certezza che i norreni raggiunsero il Nord America.
La prova è il sito di L'Anse aux Meadows, nell'isola di Terranova, in Canada, dove sono state trovate strutture e materiali riconducibili a una presenza norrena dell'XI secolo.
Quindi la parte essenziale della storia raccontata dalle saghe è confermata dall'archeologia: circa cinque secoli prima dei viaggi di Cristoforo Colombo, marinai norreni raggiunsero il continente americano.
Ma non dobbiamo parlare di "scoperta dell'America" senza precisazioni. Il continente era già abitato da popolazioni indigene da migliaia di anni. Quello che l'archeologia dimostra è la presenza di europei norreni nel Nord America.20260902 123625 800x600LA MORTE DI ERIK
La storia di Erik si avvia verso la conclusione proprio mentre quella di Leif prende il sopravvento.
Secondo la Saga di Erik il Rosso, Leif prepara o propone nuove spedizioni verso occidente e Erik vorrebbe partecipare. È un dettaglio coerente con il carattere del personaggio: anche dopo aver fondato una colonia e aver raggiunto la Groenlandia, Erik non sembra intenzionato a smettere di esplorare.
Ma durante il viaggio verso la nave cade da cavallo e si ferisce. A causa dell'incidente rinuncia alla spedizione e muore poco tempo dopo.
La cronologia precisa della sua morte non è assolutamente certa, ma viene generalmente collocata attorno all'inizio dell'XI secolo.
Con la morte di Erik termina la storia dell'uomo, ma non quella della sua creazione. La colonia groenlandese continuerà a vivere per secoli.20260902 141641 800x600IGALIKU E GARÐAR
Oggi Igaliku è un piccolo villaggio immerso in uno dei paesaggi più spettacolari del sud della Groenlandia. Sotto e intorno all'area moderna si trovano le rovine dell'antica Garðar, uno dei principali centri della società norrena.
Se Brattahlíð rappresenta Erik, Garðar rappresenta la maturità della società che Erik aveva contribuito a fondare.
Qui sorse la sede del vescovo di Groenlandia e una grande cattedrale. Attorno al centro religioso esisteva un importante complesso agricolo, con edifici e strutture che testimoniano la ricchezza raggiunta dalla colonia.
Questo è un punto fondamentale per il documentario: la Groenlandia norrena non fu semplicemente una comunità di pionieri che vivevano ai margini del mondo. Per diversi secoli fu una società organizzata, cristiana, gerarchizzata e inserita nelle strutture politiche ed ecclesiastiche dell'Europa medievale.20260903 095143 800x600LA CATTEDRALE DI GARÐAR
Le rovine della cattedrale di Garðar sono una delle testimonianze più impressionanti della presenza norrena in Groenlandia.
La costruzione dimostra anche quanto sia sbagliato immaginare la Groenlandia come una terra nella quale i norreni non potevano costruire edifici importanti. La pietra era disponibile localmente e venne utilizzata per realizzare strutture solide e monumentali.
Il vero problema non era quindi la mancanza assoluta di materiali da costruzione, ma la disponibilità di determinate risorse, soprattutto legname di grandi dimensioni e ferro.
Costruire una cattedrale in quel luogo significava possedere una notevole capacità organizzativa. Servivano lavoratori, risorse, conoscenze tecniche e soprattutto una società abbastanza ricca e stabile da poter dedicare energie alla costruzione di un edificio che non aveva una funzione agricola immediata.
Garðar dimostra quindi quanto fosse diventata complessa la società groenlandese.20260903 104044 800x60020260903 104105 800x60020260903 104914 800x600DALLA FATTORIA DI ERIK ALLA SOCIETÀ GROENLANDESE
Questo è il momento nel quale il nostro racconto deve allargarsi.
Erik aveva creato una colonia, ma nei secoli successivi quella colonia si trasformò in una vera società. Gli studiosi distinguono principalmente due grandi aree di insediamento norreno in Groenlandia: l'Insediamento orientale, nel sud dell'isola, e l'Insediamento occidentale, più a nord lungo la costa occidentale.
Il nome "Insediamento orientale" può essere fuorviante, perché non significa che si trovasse nella parte orientale della Groenlandia. Era semplicemente l'insediamento più orientale dei due principali gruppi norreni.
La zona meridionale rimase il cuore della colonizzazione. Qui sorsero numerose fattorie, chiese e grandi proprietà agricole.
E tra questi centri ce n'era uno particolarmente importante: Garðar.20260903 121259 800x60020260903 121310 800x60020260903 121605 800x60020260903 165852 800x60020260903 170401 800x60020260903 170604 800x600I NORRENI E LE POPOLAZIONI INUIT 
Quando parliamo della fine della colonia bisogna affrontare anche il rapporto tra i norreni e le popolazioni indigene della Groenlandia.
Gli antenati degli Inuit medievali, associati alla cultura Thule, arrivarono in Groenlandia secoli dopo l'inizio dell'insediamento norreno. I due gruppi finirono quindi per condividere almeno in parte lo stesso territorio e poterono entrare in contatto.
Le fonti norrene parlano di popolazioni chiamate skrǣlingar, termine utilizzato per indicare in modo dispregiativo gli abitanti indigeni incontrati nelle regioni occidentali.
Le saghe raccontano anche episodi di violenza e conflitto. Ma qui dobbiamo essere molto prudenti. Non esiste una prova archeologica convincente di una grande guerra finale nella quale gli Inuit avrebbero sterminato la popolazione norrena.
È possibile che ci siano stati conflitti locali, competizione per alcune risorse e rapporti difficili, ma trasformare tutto questo nella spiegazione unica della scomparsa dei norreni significa andare oltre ciò che le fonti permettono di sostenere.20260904 105533 800x60020260904 105603 800x60020260904 105606 800x60020260904 105941 800x60020260904 110245 800x60020260904 110300 800x60020260904 110707 800x60020260904 110710 800x60020260904 110833 800x60020260904 113438 800x60020260904 114342 800x60020260904 1054280 800x600HVALSEY: L'ULTIMO CAPITOLO
E infine arriviamo a Hvalsey, uno dei luoghi più importanti dell'intero viaggio.
Qui si trova una delle chiese norrene meglio conservate della Groenlandia. Le sue grandi pareti di pietra sono ancora in piedi e permettono di comprendere quanto fosse importante il cristianesimo nella società groenlandese medievale.
Ma Hvalsey è fondamentale soprattutto per un altro motivo.
Il 16 settembre 1408 venne celebrato qui il matrimonio tra Þorsteinn Ólafsson e Sigríður Björnsdóttir, due islandesi.
L'evento potrebbe sembrare secondario, ma è diventato una delle testimonianze più importanti della fase finale della colonia. È infatti l'ultimo documento scritto conosciuto che registri con certezza la presenza norrena in Groenlandia.
Dopo il 1408 le fonti diventano estremamente scarse.
Ed è proprio questo silenzio a trasformare Hvalsey in uno dei luoghi più suggestivi dell'intera storia.20260905 132459 800x600IL 1408 NON È LA DATA DELLA SCOMPARSA
È importante non commettere un errore molto comune: i norreni non "scompaiono nel 1408".
Il matrimonio dimostra semplicemente che nel 1408 una comunità norrena era ancora presente nella regione.
La colonia potrebbe essere sopravvissuta anche successivamente, probabilmente almeno per una parte del XV secolo. Il problema è che dopo il 1408 non possediamo più documenti scritti che ci permettano di seguire con precisione la sua storia.
Le fattorie vengono progressivamente abbandonate. La documentazione si interrompe. Le strutture religiose smettono di essere utilizzate.
Non abbiamo una data precisa nella quale poter dire: "quel giorno l'ultimo norreno lasciò la Groenlandia".
La fine fu probabilmente un processo, non un evento.20260905 133634 800x600UNA SCOMPARSA SENZA BATTAGLIA FINALE
È proprio questo che rende la storia della Groenlandia norrena così interessante.
Non abbiamo una grande battaglia finale. Non abbiamo una città bruciata. Non abbiamo una tomba collettiva che ci racconti la fine della popolazione. Non abbiamo una fonte che descriva l'ultimo giorno della colonia.
Abbiamo invece fattorie abbandonate, chiese rimaste in piedi, ossa di animali, strumenti, oggetti commerciali e tracce archeologiche che permettono agli studiosi di ricostruire lentamente ciò che accadde.
È possibile che alcuni abitanti siano morti, altri abbiano lasciato la Groenlandia e altri ancora abbiano cercato di adattarsi alle nuove condizioni. Non sappiamo quale sia stata la proporzione esatta.
Quello che possiamo dire è che, entro la fine del Medioevo, la società norrena organizzata che Erik aveva fondato era scomparsa.20260905 133720 800x600
PERCHÉ LA COLONIA SCOMPARE?
Ed eccoci alla domanda più affascinante dell'intera storia: perché i norreni scompaiono dalla Groenlandia?
La risposta più corretta è che non abbiamo una spiegazione unica e definitiva.
Sappiamo che la società sopravvisse per circa cinque secoli e che durante il tardo Medioevo le condizioni iniziarono a diventare più difficili. Il clima dell'Atlantico settentrionale cambiò e periodi più freddi e una maggiore presenza del ghiaccio marino potevano rendere più complicati sia l'allevamento sia i collegamenti con l'Islanda e l'Europa.
Anche l'economia poteva diventare più fragile. La colonia dipendeva dal commercio con il resto del mondo norreno e una diminuzione delle spedizioni poteva avere conseguenze enormi. Se arrivavano meno navi, diventava più difficile ottenere ferro, legname e altri beni necessari.
Anche il mercato europeo cambiò. L'importanza dell'avorio di tricheco diminuì progressivamente e le rotte commerciali verso la Groenlandia divennero probabilmente meno convenienti.
A tutto questo si aggiungono i problemi demografici, le difficoltà agricole, l'isolamento crescente e i rapporti con le popolazioni inuit.
Non dobbiamo quindi cercare una singola causa. È molto più probabile che la colonia sia diventata progressivamente più vulnerabile fino a non riuscire più a sostenere il proprio modello economico e sociale.20260905 132816 800x600ERIK IL ROSSO: DALL'ESILIO ALLA FRONTIERA
A questo punto possiamo tornare all'uomo da cui tutto era iniziato.
Erik il Rosso nasce in una famiglia norrena costretta a spostarsi dalla Norvegia all'Islanda. Cresce in una società di agricoltori e proprietari terrieri, viene coinvolto nelle faide, viene esiliato e trasforma quella condanna in una spedizione.
Attraversa l'Atlantico, esplora la Groenlandia e torna in Islanda per convincere altri coloni a seguirlo. Fonda Brattahlíð e diventa il principale protagonista della prima colonizzazione norrena stabile della Groenlandia.
Dalla sua famiglia nascerà Leif Eriksson, che secondo le saghe raggiungerà Vinland e contribuirà alla diffusione del cristianesimo in Groenlandia.
Nei secoli successivi, la comunità fondata da Erik si trasformerà in una società complessa, con fattorie, chiese, un vescovato e una cattedrale. I suoi abitanti commerceranno con l'Europa, sfrutteranno le risorse dell'Artico e riusciranno a mantenere una presenza stabile in Groenlandia per circa cinquecento anni.
Poi, lentamente, quella società scomparirà.IMG 20260904 WA0015 800x600LA VERA STORIA DI ERIK IL ROSSO
Ed è proprio per questo che la storia di Erik il Rosso è molto più interessante della semplice immagine del "Vichingo che scoprì la Groenlandia".
Erik non fu soltanto un esploratore. Fu un uomo della sua epoca, segnato dalla violenza delle faide e dalle regole della società islandese. Il suo esilio lo trasformò in esploratore, l'esplorazione in colonizzatore e la colonizzazione diede origine a una società destinata a durare per secoli.
La storia della sua famiglia, inoltre, non si ferma alla Groenlandia. Attraverso Leif si spinge ancora più a occidente, fino al Nord America.
E la storia della colonia non termina con una battaglia spettacolare. Termina con un lento silenzio.
Nel 1408, a Hvalsey, alcune persone si sposarono davanti a una chiesa di pietra.
Erano ancora lì.
Dopo di loro, le fonti smettono quasi completamente di parlare.
Quello che resta oggi sono le rovine di una società che, per secoli, riuscì a vivere ai margini del mondo conosciuto.
Ed è forse questo il modo migliore per raccontare Erik il Rosso: non come l'uomo che semplicemente scoprì una terra, ma come l'uomo che trasformò un esilio in una frontiera e una frontiera in una società.

Settembre 2026, documentario in uscita ottobre 2026

Guida storica sul cammino di Santiago

Ad Limina Sancti Jacobi

“Ad Limina Sancti Jacobi” è una breve guida storica sul Cammino di Santiago che ho percorso come pellegrino qualche anno fa.

E’ possibile leggerla direttamente sul mio blog oppure può essere scaricata gratuitamente e poi stampata anche in modalità libretto, cliccando sul link a fine articolo.

Questo lavoro è stato redatto da me per conto dell’Università La Sapienza di Roma durante i miei anni da studente presso la facoltà di “Lettere e Filosofia” nel dipartimento “Storia, Cultura e Religioni”.

AD LIMINA SANCTI JACOBI

-sulla strada verso Santiago de Compostela-

LUCA DI BIANCA

INDICE (se letto on-line è utile  per la cronologia degli argomenti trattati) 

-INTRODUZIONE  /  ¡A SANTIAGO! / PARTE PRIMA /Giacomo / Oggetti ricordo: la conchiglia di San Giacomo / la Guida del pellegrino di Santiago / Il ruolo di Cluny nell’organizzazione del pellegrinaggio / Il Cammino Francese/La Credencial e la Compostelana /IL TESTO DELL’ANTICA BENEDIZIONE DEL PELLEGRINO / PARTE SECONDA / Roncisvalle e la battaglia di Orlando/Puenta la Reina: il ponte più famoso del Cammino /La Rioja: Domingo e il miracolo della gallina /Burgos, la città di Cid Campeador /Sahagun, la città di Bernardino / Verso la cima più alta: Cruz de Hierro /Ponferrada, la città dei Templari / O’Cebreiro, la porta della Galizia / Triacastela e il rito della pietra / Verso la meta: il Lavamentula e il Monte Gozo /Santiago de Compostela /EPILOGO /BIOGRAFIA

FONTI: -Raymond Oursel, “Pellegrini del Medioevo. Gli uomini, le strade, i santuari.” -Jean Richard, “Il Santo Viaggio. Pellegrini e viaggiatori nel Medioevo.”-Mariacarla Catagna e Riccardo Latini, “Guida al Cammino di Santiago”. -Barbara Frale, “I Templari”.

di te ha detto il mio cuore:

“cercate il suo volto”

il tuo volto, Signore, io cerco;

non nascondermi il tuo volto

(salmo 26)

INTRODUZIONE

 Il “pellegrinaggio” propriamente detto, è l’atto volontario con il quale un uomo abbandona i luoghi a lui consueti, le proprie abitudini ed il proprio ambiente affettivo per recarsi, in religiosità di spirito, fino al santuario che si è liberamente scelto o che gli è stato imposto dalla penitenza. Giunto alla fine del viaggio, il pellegrino attende sempre dal contatto col luogo santo “un qualcosa”, ad esempio che venga esaudito un suo legittimo desiderio personale oppure, aspirazione certo più nobile, un approfondimento della propria vita personale attraverso la decantazione dell’animo attuata lungo il cammino e attraverso la preghiera comune e la meditazione una volta giunto alla meta.

Il cristianesimo eredita il pellegrinaggio dalle antiche religioni ed offre i luoghi dove Gesù nacque, visse e morì per poi resuscitare e redimere il genere umano e dopo di lui i suoi seguaci. Con la pace a seguito dell’EDITTO DI COSTANTINO si diede a Betlemme la basilica della Natività e a Gerusalemme quella del Santo Sepolcro e si organizzò l’itinerario sacro per giungere alla TERRASANTA; la conquista islamica rallenterà l’afflusso dei pellegrini, che si interromperà nell’XI secolo con i Selgiuchidi, i cui atti violenti “giustificheranno” da parte cristiana l’inizio delle Crociate.

Il credente ha bisogno di segni per accrescere la propria fede ed il SANGUIS MARTYRUM diviene simbolo di culto, venerato sull’esempio di Cristo nelle grandi persecuzioni; le prime comunità si fondano proprio sulle reliquie delle sacre tombe, come il CULTO DI CRISTO e PAOLO. Con la rottura dell’unità cristiana, le comunità attingono conforto nel profondo sentimento di apostolocità; si afferma la figura di questi DEFENSOR CIVITATIS ed ogni città ha il suo martire, confessore o vergine dove vi è il CULTO DELLE RELIQUIE carnali che è l’elemento più sorprendente delle devozioni popolari dell’alto medioevo.

Lo spirito di pellegrinaggio si diffonde lungo tutto l’XI secolo per poi sfociare nella proclamazione delle CROCIATE di URBANO II a Clermont nel 1098. Questo sentimento rientra nella sfida all’insicurezza generale che porta al GRANDE RISVEGLIO DELL’ANNO MILLE, dove si ricostruiscono le più grandi e più belle basiliche di pellegrinaggio.

Il papato emerge e prende corpo l’idea di RIFORMA il cui motore è rappresentato dai MONASTERI che predicano al popolo le vite dei santi e le leggende agiografiche, facendo propaganda in favore delle visite ai corpi dei santi.

Il peccatore si sottopone o reclama enormi penitenze, tra queste il PELLEGRINAGGIO che porta al bisogno di grandi chiese che appagano le passioni del pellegrino e il suo bisogno di toccare con mano le sue credenze; è lo spirito di penitenza che lo muove, con la speranza che sui pericoli della strada l’anima si potrà placare ed aprire a Dio, che parla solo nel silenzio dell’abbandono umano.

Il voto di pellegrinaggio sollecita la scelta del santuario, che ne è il fine. ROMA offre le tombe degli apostoli SAN PIETRO nel Vaticano e SAN PAOLO fuori le mura ed inoltre c’è la venerazione delle reliquie di santi apostoli come Bartolomeo, Giacomo il Minore, Filippo, Simone, Giuda, Matteo e Andrea; eclissato dal pellegrinaggio verso GERUSALEMME, la città Santa per eccellenza, e Compostela, quello romano riconquisterà il fervore dopo che nel 1300 il papa Bonifacio VIII istituì l’anno giubilare.

Con la conquista dei Turchi Selgiuchidi nel 1078 di Gerusalemme, c’è l’esplosione di SANTIAGO DI COMPOSTELA.

¡A SANTIAGO! 

persone di lingue diverse, ma con una sola voce,

camminando, soffrendo e sudando,

ognuna con la propria croce; 

i luoghi in cui si dorme diventano castelli imperiali,

ci si sente liberi, sembra come aver le ali; 

i passi percorsi imprimono impronte indelebili nel cuore,

le persone incontrate diventano fratelli, l’astio muore; 

tutti quanti in cerca dell’immenso appago,

l’amore per la vita li unisce, e un grido,

¡a Santiago!

(tratto da “Il Cacciatore Errante” – Luca Di Bianca, Gruppo Albatros Editore)

PARTE PRIMA

-sulla nascita e sullo sviluppo del Cammino di Santiago-

GIACOMO

 Spagna IX secolo dell’era volgare.

I mori avanzano, invincibili, invadono ogni contrada, terra e borgo. Le città sotto la loro spada cadono una ad una, senza sosta, incapaci di fermare quell’orda che come un’onda le assale, le vince e le domina.

È più di cento anni che va così; dall’inizio dell’VIII secolo la Spagna è quasi tutta sotto il dominio arabo, solo la striscia di terra a nord, che si affaccia sull’oceano Atlantico, ne è esente. Lì mille regni diversi tengono testa agli invasori, ma nessuno sa quanto potrà durare; sono frammentati, divisi, aiutati solo da una geografia che rende lento il dilagare dei nemici Saraceni.

È in questo contesto ed in questa terra invasa che, secondo leggenda, un’eremita di nome Pelagio incominciò a vedere, durante le notti, una pioggia di stelle cadere sopra un campo presso il monte Libradòn. L’eremita avvisò Teodomiro, vescovo del luogo, e questi ordinò di scavare e sotto le pale affiorarono delle ossa. Correva l’anno 813.

La storia si perde, mescola le sue parole, cancella le spiegazioni, dimentica i perché adagiandosi nella leggenda, ma prende pure a sostenere, senza ombra di dubbio, che quelle ossa sono di una persona specifica: Giacomo, il pescatore di Galilea che quasi mille anni prima aveva navigato il Mediterraneo per arrivare fin lì a predicare la Buona Novella. Fratello di Giovanni l’evangelista, fu il primo a morire sotto la spada di Erode Agrippa che lo decapitò quando nel 42 fece ritorno in patria. Si narra che il corpo di Giacomo fu trafugato e dopo un viaggio di sette giorni riportato in Spagna; poi fu silenzio per secoli e di quel corpo non si seppe più nulla, fino a quelle notti in cui piovve luce.

Di Giacomo, in spagnolo Santiago, si tornò a parlare con la storia e la leggenda che si mescolavano nel IX secolo, quando in giro per l’Europa si sparse la voce del suo corpo ritrovato in contemporanea alla vittoria di re Ramiro I d’Asturia sull’esercito moro. La battaglia sembrava decisa ed il re spacciato, quando improvvisamente apparve nella zuffa Santiago, in sella al suo cavallo bianco ed i mori furono costretti a scappare: la Riconquista era iniziata. Correva l’anno 844.

Il Cammino nasce lì, nel cuore del medioevo, attorno alla terra che custodì per secoli il corpo di Giacomo.

Dall’Italia, dalla Francia, da ogni strada d’Europa si prese a camminare verso quella meta, ad itinerare in quell’unica direzione, con pellegrini a migliaia a riempire le strade da ogni dove: baschi, bavari, goti, navarri, provenzali, inglesi, bretoni, aquilani, pugliesi, armeni, daci, efesini. Nascevano ostelli, ospedali, ponti, monasteri ed intanto intorno al Cammino cresceva anche la storia e la leggenda di Santiago Matamoro, Giacomo l’ammazza-mori, eroe della Reconquista.

La storia poi prese un’altra direzione: la peste, le lotte intestine all’Europa, la nascita degli stati nazionali, si prese ad interessarsi d’altro ed il Cammino fu abbandonato e le ossa di Giacomo dimenticate e perse.

Si dovrà aspettare parecchio per tornare a sentirne parlare, almeno fino agli anni 80 dell’800, quando per dei lavori si scavò nella chiesa di Compostela e sotto l’altare maggiore riaffiorarono le sue tracce.

Il filo che sembrava annodato riprendeva a srotolarsi e la gente rincominciò a camminare. Passa ancora un secolo e nel 1985 l’UNESCO dichiara il Cammino di Santiago Patrimonio mondiale dell’Umanità; nel 1987 il Consiglio d’Europa lo riconosce come base della formazione culturale europea e nel 1989 Giovanni Paolo II dà appuntamento a Santiago de Compostela ai giovani di tutta Europa.

Monte Gozo – Santiago de Compostela

OGGETTI RICORDO: LA CONCHIGLIA DI SAN GIACOMO

La conchiglia raccolta a Fisterra in Galizia, un tempo conosciuta come FINIS TERRAE, gli estremi confini del mondo conosciuti nell’antichità, sarebbe diventata il simbolo e l’emblema di questo pellegrinaggio che continua ad estendersi da Santiago di Compostela fino alla fine della terra, sull’Atlantico. Lo jacquerie disponeva così di un ricordo palpabile, una testimonianza che aveva realmente calpestato la spiaggia dove la barca dell’apostolo attraccò, anche se il vero pellegrino conserva questa profonda esperienza nel proprio cuore, fortezza inespugnabile.

LA GUIDA DEL PELLEGRINO DI SANTIAGO

Quasi una guida turistica del XII secolo, la “Guida del Pellegrino di Santiago” è unica nel suo genere in tutta la letteratura medievale; il titolo è moderno e gli fu dato solo quando fu inclusa, come ultima parte, in un’opera in onore al Santo la cui copia originale è nella cattedrale di Compostela, il CODEX CALIXTINUS. La Guida è divisa in 11 capitoli che compongono 4 parti: la prima offre notizie generali sul pellegrinaggio, presenta le quattro strade che scendono dalla Francia e che diventano a Puenta la Reina un solo percorso per Santiago, il CAMINO FRANCES e si elencano quindi tutte le città da attraversare; la seconda parte enumera le terre e le persone che si incontrano sul Cammino di Santiago; la terza indica ai pellegrini i luoghi da visitare e la quarta infine è dedicata alla descrizione della Santa Metropoli e della sua basilica.

La Guida fu composta tra il 1132 e il 1135, forse da un monaco di Poitiers di nome AMERY PICAUD che alla fine sigilla il suo lavoro in nome della chiesa cattolica.

IL RUOLO DI CLUNY NELL’ORGANIZZAZIONE DEL PELLEGRINAGGIO

Per assicurare fama al pellegrinaggio di Galizia e facilitarvi l’accesso ai pellegrini, poteri civili e autorità religiose unirono i loro sforzi. ALFONSO II, Re delle Asturie, fece costruire la prima chiesa, che fu distrutta nel X secolo per poi essere ricostruita e passare sotto l’autorità del Regno di Castiglia con Ferdinando I.

Ai tempi della Guida il pellegrinaggio era al suo apogeo e la Reconquista fu un vero affare per la Spagna; molto probabilmente il Cammino fu “disegnato” a partire dal XII secolo e molti si dedicarono a quest’opera di allestimento e di assistenza, ma un nome emerge su tutti: l’ORDINE DI CLUNY. Per molti fu il vero e proprio organizzatore poichè sulle quattro strade, nelle principali tappe, ci sono monasteri del suo ordine, così come lo sono i priorati in Spagna; è inoltre la stessa Guida che afferma di essere presente “soprattutto a Cluny”, quasi a voler condurre il pellegrino verso le grandi abbazie affiliate a questa istituzione francese.

Cluny è stato il centro della storia religiosa d’occidente nell’XI-XII secolo, il periodo di maggior diffusione del pellegrinaggio di Compostela, ed il suo influsso artistico e spirituale fu notevole; è infatti sotto l’abbaziato di PIETRO IL VENERABILE che fu redatta la Guida e compilato il Liber Sancti Jacobi, tutto questo per favorire l’espansione e la diffusione del pellegrinaggio; lo stesso abate inoltre consigliò l’elezione del vescovo di Salamanca al seggio arcivescovile di Santiago, a sottolineare l’interesse per la città dell’apostolo.

L’influenza di Cluny nella Spagna del nord è presente anche nelle arti, date le affinità tra le chiese Romaniche del Cammino e le sue sorelle di Guascogna e Aquitania, con i loro volumi pesanti, i loro portali affollati di figure disposte a raggiera, le colonne, i contrafforti, le absidi poligonali che si rendono così famigliari al pellegrino che viene da regioni diverse. La riforma cluniacense penetrò in parte anche nella Spagna, ad esempio contribuì alla riforma di due abbazie di Navarra, decise da Sancio il Grande; uno dei suoi figli poi, Ferdinando re di Castiglia, andò anche oltre il programma di restaurazione monastica e, convinto di poter partecipare ai doni spirituali di questi religiosi, donò a favore dell’abbazia un tributo annuale con l’obbligo di attuarlo nel futuro. Il figlio Alfonso VI rafforzò il legame “re di Castiglia-Cluny” con il matrimonio con Costanza di Borgogna e dopo la conquista della Galizia, intitolatosi “imperatore di tutta la Spagna”, raddoppiò il tributo in favore dell’Ordine e gli cedette numerose chiese e monasteri e queste azioni continuarono con i suoi discendenti.

Nel XIV secolo i possedimenti spagnoli di Cluny sono più di trenta; amica e associata del re di Castiglia, l’abbazia borgognese si trovava così interessata, essendo sui punti nodali del Cammino, all’organizzazione del pellegrinaggio.

IL CAMMINO FRANCESE

Qualunque sia la strada che si percorreva per arrivare a Santiago, il Cammino si iniziava al grido “e ultreia e sus eia, Deus aia nos!” (e oltre e sopra Dio ci aiuta!).

Quattro sono le vie che scendono dalla Francia, arrivando da Tours, Vezelay, Le Puy o da Arles, via Tolosa; le prime tre valicano i Pirenei a Roncisvalle, l’ultima arriva e valica i picchi a Somport e una volta in terra di Spagna segur la regione aragonese verso nord (Cammino Aragonese) per poi ricollegarsi al Cammino Francese a Puenta la Reina, “dove tutti i Cammini si incontrano andando come un solo fiume verso Santiago”.

Il Cammino Francese è il più noto e frequentato; è la via diretta che attraversa il nord della penisola iberica, circa 800 km, tra la cittadina nei Paesi Baschi Francesi di St-Jean-Pied-de-Port, considerata la porta del Cammino, e Santiago de Compostela; poi altri 90 km per Finisterre. Si entra in terra di Spagna da Valcarlos attraverso due vie (via Bassa, via Alta) e poi, tenendo la direzione est-ovest, si attraversano quattro grandi regioni spagnole: Navarra, Rioja, Castiglia e Leon e infine la Galizia, ognuna con la sua fisionomia. Un viaggio nel tempo e nello spazio geografico dai climi più diversi, dalle umide e fresche montagne della Navarra, passando per l’ondulata e verdeggiante Rioja, fino agli assolati e quasi deserti altipiani della Castiglia e Leon e ai ruvidi saliscendi della piovosa e boscosa Galizia; quattro le grandi città che scandiscono il Cammino verso Santiago: Pamplona, Logroño, Burgos e Leon.

Chi andava a Santiago nei tempi antichi faceva testamento e partiva; gli venivano affidati un bastone ed una sacca aperta in cui mettere tutto il necessario. Era un viaggio di mesi, anni, qualche volta di una vita, ed i pericoli erano molti: il freddo dell’inverno, gli animali del bosco, i ladri e gli agguati, le malattie, i fiumi in piena e da guadare; per affrontarli bisognava mettersi insieme, proteggersi l’uno con l’altro, fare gruppo. L’andare di oggi ha smarrito quei rischi e anzi è preferibile percorrere il Cammino soli o con un amico fidato, per riuscire a godere dei silenzi e a scoprire nuovi incontri che la strada può offrire.

Tutto il percorso è ben segnalato e costellato da una gran quantità di simboli che tengono per mano il pellegrino e che si possono trovare ovunque: sui muri delle case, per terra, sul tronco degli alberi, sulle pietre, tracciati sul sentiero con mucchietti di sassolini o pezzetti di legno; sulle strade asfaltate invece a guidare il pellegrino c’è la conchiglia stilizzata, ad indicare la strada per Santiago.

Due sono i simboli che da subito si rendono famigliari al pellegrino: la freccia gialla (flecha amarilla) dipinta sui cartelli, che indica la direzione, e la conchiglia gialla su sfondo blu; le frecce nascono nel 1984, quando don Elìas Valina, parroco del Cebreiro, si fece regalare da un’impresa costruttrice della vernice gialla, avanzata dopo i lavori di segnalazione delle strade carrozzabili della zona; iniziò così a marcare il Cammino e da allora questo simbolo è diventato segno convenzionale lungo il percorso dei vari cammini che portano a Santiago.

La Via verso Santiago de Compostela

LA CREDENCIAL E LA COMPOSTELANA

La CREDENCIAL è una sorta di carta d’identità dei peregrinos di oggi in cammino verso Santiago de Compostela; si tratta di un piccolo passaporto per pellegrini, con degli spazi vuoti dove ogni sera viene apposto un timbro (sello) dai gestori degli ostelli.

La Credencial è necessaria innanzitutto per accedere agli ostelli riservati ai camminatori, che normalmente non accettano viaggiatori sprovvisti di questo documento e danno la precedenza ad entrare prima ai camminatori e poi, se rimane posto, ai ciclisti. Inoltre una volta raggiunta Santiago, la Credencial debitamente timbrata permette a coloro che hanno percorso il Cammino per motivi religiosi o spirituali di ricevere la COMPOSTELANA, cioè il certificato dell’Arcivescovato che testimonia l’avvenuto pellegrinaggio.

Questa moderna pergamena viene rilasciata a chi ha percorso almeno gli ultimi 100 km a piedi e gli ultimi 200 km in bici; negli uffici dell’Arcivescovato, un librone riporta la traduzione più appropriata dei nomi da qualunque idioma possibile al latino, lingua in cui la Compostelana è redatta.

                                  Credencial

Compostelana

IL TESTO DELL’ANTICA BENEDIZIONE DEL PELLEGRINO

O Dio, che portasti fuori il tuo servo Abramo

dalla città di Ur dei Caldei, proteggendolo

in tutte le sue peregrinazioni, e che fosti la guida

del popolo ebreo attraverso il deserto,

ti chiediamo di custodirci, noi tuoi servi,

che per amore del tuo nome andiamo pellegrini

a Santiago de Compostela.

Sii per noi compagno nella marcia, guida nelle difficoltà,

sollievo nella fatica, difesa nel pericolo,

albergo nel Cammino, ombra nel calore,

luce nell’oscurità,

conforto nello scoraggiamento e fermezza nei nostri propositi

perché, con la tua guida, giungiamo sani e salvi al termine del

Cammino e, arricchiti di grazia e virtù, torniamo illesi alle

nostre case, pieni di salute e di perenne allegria e pace.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

San Giacomo, apostolo di Gesù, prega per noi.

Maria, madre di Dio, prega per noi.

PARTE SECONDA

-sui luoghi del Cammino di Santiago-

RONCISVALLE E LA BATTAGLIA DI ORLANDO

Da St-Jean-Pied-de-Port si giunge dopo aver percorso circa 25 km a Roncisvalle, situata su una via romana che giungeva dai Pirenei e scendeva verso Pamplona. Era un luogo reso insicuro dai briganti baschi, ma con la loro evangelizzazione nel IX-X secolo si rianimò e nel 1132 il vescovo di Pamplona diede origine ad un’istituzione ospedaliera gestita dai canonici di Sant’Agostino.

LA BATTAGLIA DI RONCISVALLE, ricordata come una delle più celebri battaglie condotte da Carlo Magno, re dei Franchi, ancora oggi è oggetto di discussione; si dibatte se veramente possa essere considerata come un episodio della cosiddetta RECONQUISTA SPAGNOLA, dato che tale battaglia fu portata avanti dalle popolazioni iberiche di religione cristiana, mentre Roncisvalle faceva parte di quelle operazioni militari con cui Carlo Magno cercava di ampliare il suo impero. Questo scontro fu infatti un episodio bellico anomalo, amplificato in Occidente dalle Chansons de Gestes composte dai trovatori, che eternarono il mito di Carlo Magno, grande sovrano che si richiamava ai valori della fede cristiana e che se ne proclamava come il migliore e il più autorevole difensore, il mito del paladino Orlando, eroe leale ed impavido e quello di Gano di Maganza, traditore pronto a vanificarne gli sforzi.

Il fatto si svolse in appendice al fallito tentativo dell’imperatore franco di proporsi come difensore dei cristiani spagnoli che vivevano sotto il giogo politico degli emiri musulmani omayyadi di Al-Andalus. Attraversati i Pirenei, Carlo Magno conquistò Pamplona e Barcellona, e poi assediò Saragozza, ma ciò non portò dalla sua parte i cristiani locali, come egli aveva invece sperato, pochè costoro si sentivano più protetti sotto l’indifferente tolleranza dei musulmani spagnoli. Alla notizia di un’insurrezione dei sassoni, sottomessi da poco, Carlo Magno si mise di nuovo in marcia per rientrare in patria, affidando il comando della retroguardia ad Orlando, il più valoroso dei suoi paladini. Questo però, per il tradimento di Gano di Maganza, fu assalito nel passo di Roncisvalle da popolazioni basche, in parte cristiane, ma in gran parte ancora pagane; Orlando si rifiutò di chiamare soccorso prima di aver combattuto, e solo dopo una valorosa resistenza e la perdita di tutti i suoi compagni, con un ultimo sforzo sul punto di morte diede fiato all’olifante.

Era l’anno 778.

Col tempo questo scontro marginale fu trasfigurato e reso immortale dai poeti: i baschi furono trasformati in un’orda di 400.000 saraceni e la battaglia divenne uno dei più grandi e importanti scontri tra cristiani e musulmani. Nell’XI secolo la tradizione orale su questo scontro fu codificata nell’opera poetica, scritta da un anonimo trovatore e conosciuta col nome di CHANSON DE ROLAND.

La fama di Orlando e della battaglia di Roncisvalle era così stata resa immortale.


Monumento alla “Battaglia di Roncisvalle” – Roncisvalle

 PUENTA LA REINA: IL PONTE PIU’ FAMOSO DEL CAMMINO

 Si lasciano i Pirenei e si va verso Pamplona, prima grande città lungo il Cammino, per poi giungere al paese di PUENTA LA REINA, famoso perché qui si uniscono da sempre le due vie che provengono dai valichi di Roncisvalle e di Somport. E’ uno dei luoghi in cui è più forte la presenza del passato e la storia del Cammino; la città deve il suo nome al ponte pedonale ad archi sul rio Arga, costruito in epoca medievale su ordine della regina dona Mayor per facilitare il passaggio dei pellegrini.

Puenta la Reina

LA RIOJA: DOMINGO E IL MIRACOLO DELLA GALLINA

Passata Estella si abbandona la Navarra e si entra nella regione della Rioja, il cui capoluogo è LOGROÑO, la seconda grande città sulla via per Santiago, situata nella fertile pianura di vini pregiati ed ortaggi sulle rive dell’Ebro. E’ qui vicino che si svolse nel IX secolo la famosa battaglia di Clavijo in cui, secondo la leggenda, Santiago comparve in sella ad un cavallo bianco favorendo la vittoria delle truppe cattoliche sopra quelle dei mori.

Si giunge quindi a SANTO DOMINGO DE LA CALZADA, dove riposano i resti di una delle figure più emblematiche di tutto il Cammino: Domingo, l’eremita dei boschi, XI secolo. Un giorno si accorse dei pellegrini che andavano a Santiago e decise di aiutarli impiegando tutte le proprie energie per aprire, nel fitto delle foreste, una strada sicura per farli passare: disboscò, estirpò, ripulì, costruì, fondò un ospedale e la città dove sorge la cattedrale romanico-gotica.

Narra la leggenda che nel 1300 una famiglia, padre, madre e figlio, in pellegrinaggio da Colonia verso Santiago, si fermò per la notte in una locanda di Santo Domingo; la figlia del locandiere, colpita dalla bellezza del ragazzo, cercò di attirarne l’attenzione, ma il giovane non si fece sedurre e per vendicarsi la ragazza gli nascose nella sacca un piatto d’argento. Il giovane fu accusato di furto e venne catturato e impiccato come ladro. I genitori continuarono il pellegrinaggio e al ritorno si fermarono nella stessa locanda, trovando il figlio ancora vivo; il ragazzo raccontò di essere stato salvato da San Giacomo che gli aveva tenuto le gambe mentre veniva appeso alla corda, ma il padre gli avrebbe creduto solo se i due galletti arrostiti che gli erano stati serviti avessero ripreso vita; subito i due galletti riacquistarono le piume iniziando a cantare. In ricordo di questa leggenda all’interno della cattedrale ci sono due galline nella struttura del “gallinero”.

il “gallinero” – Santo Domingo della Calzada

BURGOS, LA CITTA’ DI CID CAMPEADOR

Si entra nella regione Castilla y Leon e si incontra la terza grande città del Cammino, BURGOS, che fu capitale del regno di Castilla. Sulla Plaza de Mio, c’è la statua equestre di Cid che con la spada sguainata ed il mantello al vento cavalca la carica; le sue spoglie riposano nella cattedrale a fianco di quelle della moglie, dona Jimena.

Ma chi era Rodrigo Diaz de Vivar, detto il CID CAMPEADOR? Figlio di una piccola famiglia di nobili provinciali, nacque in un paese non lontano da Burgos poco dopo il 1040; servì i re Sancho II e Alfonso IV di Castilla e chi meglio lo pagava, tra cui molti califfi arabi. Sconfisse in battaglia il conte di Barcellona e la dinastia degli Al-Murabitun e poi scatenò il suo esercito personale contro i Muwahhidi, anche se nel frattempo non ruppe mai definitivamente i contatti con la corona di Castilla; nel 1094, il Cid, dopo un lungo assedio, riuscì a conquistare Valencia, dove installò la sua residenza e regnò sino alla morte, avvenuta nel 1099.

La sua affascinante vedova, doña Jimena, nel 1102 dovette fuggire spinta dalla pressione militare degli stessi Al-Murabitun che erano stati sconfitti un tempo dal marito, ma non partì da sola: la donna portò con sé il corpo di Rodrigo, che sarebbe stato sepolto in un monastero non lontano da Burgos (la leggenda dice insieme al suo cavallo) e poi trasferito nel transetto della cattedrale cittadina.

Tra i primi esempi di lingua spagnola scritta, il poema del “Cantar de Mio Cid” venne completato intorno al 1206, probabilmente perché la corona di Spagna aveva la necessità di creare un suo eroe nazione, una figura necessaria per la mobilitazione nazionale richiesta dalla lunga Reconquista.

Burgos, statua equestre di Cid Campeador

SAHAGUN, LA CITTA’ DI BERNARDINO

 Sempre nella regione Castilla y Leon, si giunge a Sahagun, le cui origini risalgono al III secolo d.C., ma è solo con l’arrivo dei monaci francesi di Cluny nell’XI secolo che la città acquista importanza. Viene eretto un grandioso tempio romanico, il monastero benedettino di San Benito, sotto la cui guida la città guadagna tanta magnificenza da essere definita la “Cluny di Spagna”; oggi di quel complesso e di quello splendore non rimane che qualche vestigia ed il paese è tornato nell’ombra dei tempi che furono.

È la città di BERNARDINO DE RIVERA DE SAHAGUN, un missionario francescano spagnolo che svolse la sua opera in Messico tra il popolo Azteco (Nàhua) quando si imbarcò nel 1527 per la Nuova Spagna. A differenza di molti missionari del periodo, studiò la cultura Nàhua e la lingua nàhuatl e fu definito il “primo antropologo della storia” perché il suo metodo di lavoro era insolitamente avanzato per i tempi. Raccolse le huehuetlatolli (“parole degli anziani”), una sorta di filosofia morale degli Aztechi e poi iniziò anche a registrare i racconti indigeni della conquista; il risultato di questi suoi studi danno vita alla sua opera più corposa, uno studio sulla religione Azteca che col tempo diventerà un’ enciclopedia del sapere di questo popolo indigeno.

Il lavoro di Sahagun è conosciuto grazie ad un manoscritto chiamato Codice Fiorentino; scritto in nàhuatl, dopo una richiesta delle autorità spagnole fu scritto anche in casigliano: la “Historia general de las cosas de Nueva Espana”. Per le sue critiche al disordine sociale introdotto dalla conquista spagnola nella Nuova Spagna, nel 1577 Filippo II promulgò un’ordinanza regia in cui vietò a chiunque di prendere conoscenza e di contribuire alla diffusione di tale opera, che sarà pubblicata soltanto nel XIX secolo; fortunatamente il frate ne conservò una copia, visto che l’originale andò perduto.

Bernardino de Sahagun – Sahagun

VERSO LA CIMA PIU’ ALTA: CRUZ DE HIERRO

Quarta e ultima grande città prima di Santiago è LEON: fondata come campo per la VII legione romana nel 68 d.C., come certifica una pietra conservata nel museo di San Isidoro), nel Medioevo divenne capitale del regno asturiano-leonense (X secolo); da allora rimase la capitale più importante della Spagna fino al XIII secolo, quando la fusione dei regni di Castilla e Leon ne decretò la perdita del titolo.

Si giunge poi ad ASTORGA e da lì si affronta sicuramente uno dei tratti più faticosi del Cammino, la salita per CRUZ DE HIERRO, 1540 m., che è soprattutto uno dei luoghi più affascinanti del pellegrinaggio: un alto palo di legno, tra l’azzurro dell’aria ed il verde del bosco; in cima una croce di ferro e ai piedi una montagna di pietre portate dai pellegrini; poi bandane, fogli, foto, parole scritte nella carta o incise sulla superficie dell’ardesia, spesso in ricordo di persone care che non ci sono più.

Cruz de Hierro

PONFERRADA, LA CITTA’ DEI TEMPLARI

Discendendo dalla cima più alta del Cammino si giunge a PONFERRADA. Probabilmente già centro romano-asturiano, la capitale del Bierzo raggiunse la sua massima importanza nel XII secolo, quando divenne la città ed il presidio più importante dei Templari in Spagna; il castello templare è l’opera di maggior fama della città e fu eretto dai monaci-guerrieri che qui risedettero dal 1178 al 1312, anno in cui l’ordine si dissolse disperdendosi.

Ma chi erano i TEMPLARI? Tra i molti cavalieri che parteciparono alla prima crociata, alcuni scelsero di osservare i due tradizionali voti di povertà e castità, fregiandosi di una croce. Tra loro otto, forse nove, alloggiarono nelle vecchie stalle del tempio di Salomone, con il compito di scortare i pellegrini che da Giaffa si recavano a Gerusalemme: costoro, guidati da Ugo de Payens, si costituirono in ordine cavalleresco nel 1119 denominandosi “poveri cavalieri di Cristo”, ma ben presto furono chiamati semplicemente “templari”; nel 1125 furono riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa.

Grazie all’appoggio di San Bernardo di Chiaravalle, i Templari divennero ben presto molto importanti in Europa, disponendo di ingenti risorse umane ed economiche; la potenza militare dell’ordine era accompagnate da un oculata amministrazione dei beni, che portò la banca del tempio ad essere così ricca e potente da tutelare i depositi della corona di Francia e della nobiltà europea.

Tale potere suscitò le preoccupazioni del re di Francia Filippo il Bello, che ordì un complotto ai danni dei Templari accusandoli di empietà ed eresia: nel 1307 furono arrestati con 111 capi di imputazione, imprigionati e torturati per ottenere delle confessioni; con la bolla Vox in Excelso del 1312 il Papa soppresse per via amministrativa l’ordine del Tempio e successivamente trasferì tutti i beni agli Ospitalieri. I dignitari dell’ordine, tra cui il Gran Maestro Jacques de Molay, furono condannati al carcere a vita, ma quando tutto sembrava concluso il Gran Maestro ed il precettore di Normandia Geoffroy de Charnay ritrattarono le confessioni e per questo furono arsi vivi.

Castello Templare – Ponferrada

O’CEBREIRO, LA PORTA DELLA GALIZIA

 O’Cebreiro era nel Medioevo una delle tappe più temute e forse ancora oggi è la più difficile dato che si scalano 690 m. di dislivello in 8 km di sterrato. E’ un piccolo paese, probabilmente di origine preromana, ma soprattutto è la porta di entrata in Galizia; un luogo mitico, a più di 1300 m. tra paesaggi umidi, case di pietra e paglia (pallazos), fumose nebbie.

Nella chiesa di Santa Maria la Real è conservato un particolare oggetto di culto: il calice del miracolo (galiz de milagro). Narra la leggenda che, in un gelido giorno di inverno, un contadino della zona si arrampicò fin quassù per seguire la messa; quando il prete lo vide arrivare pensò fosse matto per venire a seguire una messa con una tempesta come quella, ma in quell’istante il vino si trasformò nel sangue di Cristo; il prete lasciò cadere il calice ed il liquido si versò sui paramenti dell’altare che oggi sono ancora lì chiusi in una teca.

Santa Maria la Real – O’Cebreiro 

TRIACASTELA ED IL RITO DELLA PIETRA

 La Guida del pellegrino di Santiago ci ricorda un rituale che i pellegrini del Medioevo erano soliti fare: discendendo dal monte O’Cebreiro, il Cammino passava vicino a delle cave di pietra da calce di TRIACASTELA; qui i pellegrini ricevevano una pietra ciascuno e la trasportavano fino al forno posto all’odierna Santa Maria de Castaneda, da dove la calce era in seguito trasportata con carri fino a Santiago; non priva di significato simbolico, sicuramente serviva anche ad alimentare gli enormi cantieri della cattedrale.

 VERSO LA META: IL LAVAMENTULA ED IL MONTE DELLA GIOIA

Si attraversa la provincia di Lugo passando per le città di Sarria e Palas de Rei e da qui mancano soltanto 70 km; a 20 km circa dalla meta si giunge a LAVACOLLA dove, secondo la Guida del pellegrino di Santiago, gli antichi pellegrini “per amore dell’apostolo” usavano lavare se stessi e gli indumenti di tutto il cammino nel fiume Lavamentula, oggi solo un ruscello, per presentarsi puliti a Santiago.

Oltre al significato di una semplice pulizia corporale dopo tanto sudore, c’è quello più profondo di una generale purificazione. Da qui c’è l’inizio dell’ultima salita verso il MONTE GOZO, il Mons Gaudii ovvero il “monte della gioia”, chiamato così perché dall’alto della collina i pellegrini medievali vedevano per la prima volta le guglie della cattedrale di Santiago e ringraziavano il Signore per essere giunti sani e salvi alla meta.

quello che rimane del fiume Lavamentula, Lavacolla

 SANTIAGO DE COMPOSTELA

E’ una città unica, evocativa, carica di fascino e arte; tanto bella da sembrare avvolta in un alone di mistero; secondo la leggenda, il corpo dell’apostolo Giacomo fu rinvenuto nell’area dove sorge la CATTEDRALE.

Una prima chiesa intitolata a San Giacomo venne qui costruita all’inizio del IX secolo per volere del re delle Asturie Alfonso II; successivamente, nell’899 sotto re Alfonso III, fu rimpiazzata da un’altra più grande in stile protoromanico. Nel 997, durante il saccheggio della città di Santiago da parte dei berberi comandati da Al-Almansur, la chiesa protoromanica venne incendiata e le sue porte e campane fatte trasportare dagli schiavi alla Grande moschea di Cordoba. L’inizio dei lavori dell’attuale cattedrale risale al 1075 quando il vescovo Pelaez diede il via alla nuova costruzione: barocca con all’interno elementi romanici, il tempio venne completato nel XIII secolo e consacrato nel 1211, alla presenza del re Alfonso IX di Leon.

Nel 1128, 150 anni dopo il suo inizio, la nuova cattedrale era completata e Mastro Mateo vi aveva scolpito il suo capolavoro: il Portico della Gloria. Nel tempo la cattedrale ha subito mille rimescolamenti e cambi di stile, ma quel gruppo scultoreo ancora rimane ed è universalmente riconosciuto come il più grande “monumento iconografico della scultura medioevale”; è la porta sotto cui i tutti i pellegrini che arrivano a Santiago passano. Tre archi: quello Centrale, il più maestoso, ha un Cristo glorioso sulla sua sommità, nell’archivolto i 24 anziani dell’apocalisse e appena sotto c’è Giacomo che pare stia ad accogliere i pellegrini che arrivano; sulla colonna cinque solchi, scavati dalle mani delle migliaia di persone che nei secoli si sono appoggiate a quella pietra, a dire “grazie” per il Cammino compiuto, per la strada percorsa. All’interno, la Capilla Mayor, posta dietro l’altare maggiore, conserva una statua di Giacomo alla quale si accede salendo una scaletta; è del 1211 e l’espressione del Santo è così accogliente e serena che questo sembra quasi commuoversi all’abbraccio che i pellegrini usano dargli come ringraziamento dell’avvenuto pellegrinaggio.

Nella cripta sottostante, in un’urna d’argento cesellata in stile romanico, sono conservate le reliquie del Santo. Dalla cupola ottagonale del 1445 pende il botafumero, gigantesco turibolo dell’incenso che viene fatto oscillare da un estremo all’altro della navata a crociera nei giorni delle celebrazioni solenni. Annesso alla cattedrale si trova un chiostro del XVI secolo, i locali che vi si affacciano sono stati trasformati in un importante museo nel quale è conservato, tra l’altro, il Codex Calixtinus.

Cattedrale di Santiago de Compostela

 EPILOGO

La meta è stata raggiunta.

Per ognuno dei pellegrini ora il problema non sarà più quello di faticare sotto il sole o la pioggia, ma quello ben più arduo, di tornare alla vita di tutti i giorni, agli uffici, alle fabbriche, ai computer, al traffico.

Il significato del cammino non è la meta, ma l’andare, la crescita, attimo dopo attimo, piangendo per poi ridere, cadendo per poi rialzarsi, ogni momento viene stampato nel cuore, bagaglio incommensurabile d’esperienza.

Il senso della vita non è altro che viverla, accettando le sofferenze così come le gioie, perché solo se ci si sente nell’inferno si può desiderare e gioire del paradiso, e perché un uccello che non è mai stato in gabbia non può dirsi consapevolmente libero.

 (tratto da “Il Cacciatore Errante”, Luca Di Bianca, Gruppo Albatros Editore)

Alto de San Roque – Galizia

 Camminando si apprende la vita

camminando si conoscono le cose

camminando si sanano le ferite del giorno prima; 

cammina 

guardando una stella, ascoltando una voce

seguendo le orme di altri passi;

 cammina

cercando la vita, curando le ferite lasciate dai dolori

niente

può cancellare il ricordo del cammino percorso. 

Rubèn Blades

 BIOGRAFIA

Luca Di Bianca è nato nel 1980 e attualmente vive nella provincia di Roma. Si è laureato in Scienze Storiche presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma, per la quale ha effettuato anche una breve ricerca sul campo, per fini antropologici, presso l’etnia Nzema nel sud-ovest del Ghana. Collabora come Tour Coordinator presso “Viaggi Avventure nel Mondo” mantenendo viva la sua passione per il viaggio. Si guadagna da vivere lavorando come operaio.

Nel 2008 ha scritto “Corridoi Ascensionali” – Gruppo Albatros Il Filo (il guadagno in beneficenza all’AIL, Associazione italiana contro la leucemia)

Nel 2009 “Ad Limina Sancti Jacobi”, un manuale storico sul Cammino di Santiago – disponibile presso gli archivi dell’Università La Sapienza di Roma e scaricabile on-line.

Nel 2011 “La Via Campesina, una globalizzazione dal basso” – disponibile presso gli archivi dell’Università La Sapienza di Roma e su richiesta.

Nel 2014 “Fuoco Perpetuo” – Vitale Editore;

“Il Cacciatore Errante” – Gruppo Albatros Il Filo

“Nkuba, La Grande Pioggia” – Etichetta indipendente e disponibile su richiesta.

Luca collabora attivamente con l’Associazione Tam Tam Onlus; il ricavato della vendita del suo ultimo libro “Il Cacciatore Errante” e di “Nkuba, La Grande Pioggia” è devoluto per il sostentamento dell’orfanotrofio di Jimma, Addis Abeba, Etiopia (www.associazionetamtam.it)

www.lucadibianca.it

I PICCOLI GRIOT

Scuola elementare A.Manzi Guidonia (RM)

PROGETTO "I PICCOLI GRIOT" - Luca Di Bianca & Frank Polucci

Presentazione del racconto "L'Ultimo Griot", scritto per  i bambini delle classi 4C, 5C, 5D, 5E delle scuole elementari dell'Istituto A.Manzi di Guidonia e proiezione delle fotografia della consegna delle donazioni che i bambini hanno fatto per i loro coetanei senegalesi. Parte del ricavato dei libri di Luca Di Bianca, materiale scolastico e piccoli giocattoli sono stati donati grazie alla mediazione dell'insegnante Margherita D'Alessandro in vista del viaggio in Senegal di Luca Di Bianca che vedeva la visita in diversi villaggi malfamati e nella scuola "Fabrizio et Cyrill" nella banlieu di Dakar, nata per accogliere i bambini "rigettati" dalla scuola pubblica o non in grado di pagarsi un istruzione.

Questa iniziativa aveva l'obiettivo di fare "specchiare" i nostri bambini con una realtà completamente differente dalla loro, sensibilizzarli e rafforzare la consapevolezza della loro fortuna di vivere in un contesto meno severo; il messaggio, come riportato in alcuni messaggi dei bambini "scannerizzati" alla fine di questo articolo, sembra sia arrivato a destinazione :)

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Il seguente articolo è stato scritto dalla giornalista Claudia Crocchianti per il quotidiano "Il Tempo".

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Le fotografie sono state scattate dalla fotografa Cristina Aruffo che ringraziamo vivamente.

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LUCA DI BIANCA, L'INSEGNANTE MARGHERITA D'ALESSANDRO E FRANCESCO "FRANK" POLUCCI DSC2162 3 499x600

alcuni messaggi dei bambini

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Sono stati raccolti piccoli giocattoli e materiale scolastico che i bambini hanno volontariamente donato in vista del mio viaggio in Senegal  e delle mie visite in scuole e villaggi. Le foto di seguito sono state fatte vedere ai bambini “donatori” in modo da potersi mettere a confronto con una realtà completamente differente dalla loro, più povera, meno fortunata, ma stranamente più sorridente.  ”La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo” Salmi 117, 22-23.

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lUCA DI BIANCA

SCRITTORE-VIAGGIATORE
Luca Di Bianca è uno scrittore-viaggiatore e scrive per beneficenza. I proventi dei suoi libri hanno finanziato diversi progetti e associazioni

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